Caso moschee, la comunità islamica replica: “Non siamo nel Far West, su di noi tante falsità”

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La vicenda dei centri islamici di Schio, esplosa sui social prima e in Consiglio comunale subito dopo, entra in una nuova fase. Dopo giorni di polemiche e ricostruzioni contrapposte, l’Associazione Culturale Islamica “Guida Retta” rompe il silenzio e diffonde una lunga nota che contesta punto per punto le accuse sollevate dal capogruppo di Fratelli d’Italia Alex Cioni.

Un documento che segna un cambio di passo: non più difesa silenziosa, ma una presa di posizione pubblica che chiede rigore, rispetto e verità. E promette di non restare a guardare. Una replica che arriva in un clima già teso, con la città divisa tra richieste di verifiche urbanistiche e timori di strumentalizzazione politica. E il tono scelto dall’associazione, pur rispettoso, è netto: “Ciclicamente veniamo attaccati da chi si presenta come difensore della legalità, ma lancia accuse pesanti senza prove e senza nemmeno cercare un confronto”. Un’accusa che si intreccia con il contesto politico locale, dove il tema dei luoghi di culto è tornato a essere terreno di scontro.

E il passaggio più diretto è rivolto proprio a Cioni: “Non siamo nel Far West e nessuno può atteggiarsi a sceriffo. Alimentare islamofobia in un periodo già incerto significa colpire una parte della cittadinanza che lei ritiene debole e con cui non ha mai cercato un dialogo”.
Una frase che fotografa la frattura tra chi denuncia presunte irregolarità e chi, dall’altra parte, si sente bersaglio di una narrazione distorta. Ed qui che l’associazione rivendica la propria storia nella città: “Si sta parlando ai musulmani di Schio che sono padri di famiglia, madri, imprenditori ed imprenditrici, studenti e studentesse, che lavorano duramente e sono ben integrati nel tessuto economico scledense da decine di anni. Si sta parlando ad italiani che sono nati qui e a persone che hanno ottenuto la cittadinanza rispettando sempre la legge”.

E sul fronte delle contestazioni edilizie, la replica è altrettanto chiara: “Il nostro non è un edificio fuori norma, ma un centro polifunzionale costruito e ristrutturato a regola d’arte, con aziende certificate. Ospita preghiere quotidiane, corsi di lingua, conferenze, attività sociali e sportive – motivano con dovizia di dettagli – la destinazione d’uso “moschea” in Italia è riconosciuta a pochissimi centri. La forma giuridica dei centri culturali è l’unica percorribile. Presentare questa realtà come irregolare significa ignorare la normativa”.
Ma il punto più delicato riguarda l’accusa – rilanciata in Consiglio – secondo cui nel parcheggio di via Milano si sarebbe praticata macellazione rituale. La risposta è durissima: “Sostenere che sgozziamo animali nel parcheggio è un’accusa gravissima. Le autorità non lo permetterebbero e non lo abbiamo mai fatto. Il sacrificio avviene solo in macelli autorizzati, con veterinari dell’Ulss presenti e trasporto della carne in camion refrigerati. Nel parcheggio avviene solo la distribuzione, per evitare di bloccare vie nevralgiche della città”.

Una lunga nota, sofferta e sentita, che si chiude con un appello alla convivenza e un monito che risuona potente come la volontà di sminare il campo della pluralità, etnica o religiosa che sia, da una bombardamento politico e mediatico continuo: “A Schio convivono cristiani, atei, musulmani, buddisti, ebrei, Testimoni di Geova, italiani e stranieri. La nostra città è un esempio di collaborazione. Invitiamo chiunque, anche Cioni, a venirci a conoscere. A chi usa le minoranze per fare campagna elettorale diciamo che la strumentalizzazione non passerà e non staremo in silenzio”. Una vicenda diventata un test per la tenuta sociale della città, per la responsabilità del dibattito pubblico e per la capacità della politica di non trasformare un tema complesso in un terreno di scontro identitario: al netto di una necessaria operazione chiarezza che non deve essere travisata. E Schio, ancora una volta, si trova a fare i conti con la sfida – antica e attualissima – della convivenza.

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