Donne e storia militare: Ilaria Panozzo sfida i pregiudizi a Forte Corbin

Cofano per mitragliatrici, polveriera, osservatorio di tiro e cannoni in acciaio, calibro 149 millimetri, installati in pozzi blindati muniti di cupole girevoli. Un elenco, questo, che difficilmente, nella maggior parte delle persone, suscita particolari emozioni. Eppure esistono coloro che, al solo sentirlo enunciare, vengono colti da un genuino moto di entusiasmo. Trattasi, cioè, degli appassionati di storia militare. Un ambito ritenuto, tradizionalmente, appannaggio dei soli uomini. Ma è sufficiente recarsi, ad esempio, sull’Altopiano dei Sette Comuni per rendersi conto che non è più così.

Partendo da Treschè Conca di Roana, percorrendo la vecchia strada militare, si arriva al Forte di Punta Corbin. La fortezza, costruita sull’omonimo sperone roccioso, era incaricata di sbarrare la sottostante Valle dell’Astico nell’eventualità di un’invasione austro-ungarica. Oggi invece, a più di un secolo dalla Grande Guerra, è un popolare sito museale. Ed è qui che si può fare la conoscenza di Ilaria Panozzo, attuale depositaria di un patrimonio divenuto di famiglia da quando venne acquistato dal nonno Emilio nel 1942. “Se ti ritrovi a vivere in un posto così – racconta ai microfoni di Radio Eco Vicentino -, o lo ami o lo odi. Da bambina ci giocavo, ed era meraviglioso. Durante l’adolescenza per me era diventato un carcere. Crescendo, però, ho finito per apprezzare di nuovo ciò che già apprezzavo quando ero bambina”.

È durante gli anni dell’università che Ilaria si convince di poter dare il proprio contributo alla conservazione del forte. “Era un’opportunità da non perdere”, dichiara senza ombra di pentimento. A maggior ragione considerando che il luogo le ha insegnato qualcosa che non avrebbe potuto apprendere diversamente, ovvero la sensibilità nei confronti degli avvenimenti storici: “Nessun libro comunicherà mai la stessa cosa – sottolinea chiacchierando con Martina Polelli -. E questo fa la differenza”. Una ricompensa per quello che, a tutti gli effetti, è un lavoro che non finisce mai: “La sfida è quotidiana, il forte va accudito costantemente. E di anno in anno migliora un poco, proprio come un bambino che cresce giorno per giorno”.

Una fatica resa sostenibile anche dagli introiti derivanti dai biglietti di ingresso: “Ogni tanto – dice nell’intervista a “Libera“, trasmissione sostenuta da Siggi Group – capita che qualcuno si meravigli del fatto che ci sia un forte a pagamento. La gente deve abituarsi all’idea che i luoghi storici hanno bisogno di un piccolo contributo. Non è giusto, e non serve a nessuno, che i forti siano gratuiti e lasciati a se stessi. È giusto, invece, che ognuno, con poco, possa contribuire alla realizzazione di grandi cose”. Per esempio, raccontare la Storia, con la s maiuscola, tramite le storie di coloro che l’hanno vissuta: “Una parte del museo di Forte Corbin – spiega Ilaria – è dedicata alle persone che abbiamo rintracciato in questi anni. Descrive ciò che hanno fatto prima, durante e, se sopravvissuti, dopo la Grande Guerra. Non ci si deve dimenticare che la Storia è fatta di persone”.

È una determinazione palpabile, quella di Ilaria. La quale, però, ha dovuto inevitabilmente confrontarsi con il già citato preconcetto relativo al binomio donne-storia militare: “Sono io che mi occupo delle visite guidate al forte, e ci si meraviglia all’inizio, una volta capito che sarò io ad occuparmene. Questo stupore non è più marcato come un tempo, però si manifesta ancora”. Ma nulla che possa indurla a demordere: “Gli uomini sono più portati per le caratteristiche tecniche di una bomba, le donne per i suoi effetti. Ovviamente è sempre sbagliato generalizzare. Ma una differenza c’è, ed è preziosa. In base al proprio genere, si da un’impronta diversa alla narrazione storica”. Da qui l’appello di Ilaria alle donne che coltivano la sua stessa passione: “Mettiamoci in gioco ed esponiamoci al giudizio altrui. Dimostriamo di che stoffa siamo fatte”.

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