Dalla Calabria al Cengio: i familiari del milite disperso lo “riabbracciano” 110 anni dopo

Cerimonia semplice ma carica di emozione quella che si è svolta il 25 giugno presso il cimitero militare italo‑austriaco di località Campiello, dove l’associazione Croce Nera di Cogollo del Cengio ha accolto i familiari del fante calabrese Pasquale Maiolino, classe 1889, originario di Roggiano Calabro, disperso sul Monte Cengio durante i cruenti eventi bellici del giugno 1916.

Un momento sobrio ma intenso, fatto di silenzi, ricordi e gesti misurati, che ha riportato simbolicamente a casa un soldato il cui destino era rimasto sospeso per oltre un secolo. La figura di Maiolino si inserisce nel contesto drammatico della battaglia del Cengio, uno degli episodi più sanguinosi della Strafexpedition austroungarica del 1916, quando in soli sei giorni di combattimenti i granatieri di Sardegna insieme ai fanti delle Brigate “Catanzaro”, “Novara”, “Trapani” e “Modena” contarono oltre 10.264 uomini tra morti, feriti e dispersi. Nonostante la temporanea conquista del monte da parte delle truppe imperiali, l’offensiva si esaurì proprio su queste alture senza riuscire a sfondare verso la pianura veneta: A fine giugno infatti, il generale Cadorna ordinò la controffensiva italiana che portò, il 28 giugno 1916, alla riconquista del Monte Cengio e del pianoro circostante fino alla Val d’Assa, al prezzo però di ulteriori durissimi sacrifici.

Furono giorni segnati da episodi di resistenza estrema, come quello degli ultimi difensori del Cengio che, accerchiati, esausti e senza rifornimenti, combatterono fino all’ultimo nel punto che sarebbe poi diventato noto come il “Salto del Granatiere”, quota 1351, simbolo di una lotta disperata e corpo a corpo. In quelle trincee e su quelle rocce combatterono giovani provenienti da tutta Italia, spesso incapaci di comprendersi tra loro per via dei dialetti ancora predominanti, figli di un Paese unito da pochi decenni ma già chiamato a condividere un destino comune, arrivati dalle regioni del Sud fino alle montagne vicentine per affrontare un nemico sconosciuto in condizioni estreme. E la cerimonia di Campiello ha voluto restituire dignità a una di quelle storie, grazie all’opera della Croce Nera di Cogollo che da anni si dedica alla cura e alla valorizzazione del cimitero, oggi mantenuto dai volontari dopo un lungo e prezioso intervento di recupero realizzato tra il 2007 e il 2009.

Questo luogo, costruito tra il 1916 e il 1918, accolse inizialmente le salme di 477 soldati italiani e 251 austro‑ungarici caduti nelle vicinanze del Monte Cengio. I loro resti furono poi traslati nel 1934, insieme a quelli di tutti i cimiteri militari italo‑austriaci dell’Altopiano, al Sacrario del Leiten di Asiago. Oggi Campiello, lungo il rettilineo che apre le porte dell’Altopiano dopo i ornanti del Costo, resta un luogo della memoria, preservato con rispetto e dedizione, dove cerimonie come quella del 25 giugno continuano a tenere vivo il legame tra passato e presente, riportando alla luce nomi e storie che la guerra aveva relegato al silenzio. Restituendo un messaggio potente e capace di resistere al tempo che passa inesorabile.

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