“Il mio tempo per un sorriso: tra gli ultimi ho capito cos’è la felicità”

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Caparbia quanto generosa, non è facile convincerla a raccontarsi e svelare quell’umanità profonda che quasi tenta di spacciarti per un’ovvietà. Come in un iceberg la cui massa è celata ad un primo sguardo: così è Irma Patrizia Zordan, che nella vita di tutti i giorni fa l’infermiera pediatrica all’ospedale di Santorso, ma nel suo tempo libero si dedica agli ultimi.

L’abbiamo intercettata di ritorno dall’Angola dove ha prestato servizio nella struttura per bambini denutriti assieme a due preziose compagne di viaggio, Raffaella Laghetto e Laura De Munari – cugina della compianta missionaria Nadia, assassinata mentre si trovava in missione in Perù nell’aprile 2021: “Ormai non ci speravo più – racconta la donna residente a Cogollo del Cengio – da anni provavo a inserirmi in qualche progetto di aiuto, ma senza fortuna. Pare impossibile ma è così: avevo provato anche con l’Ucraina, in un campo di accoglienza, ma le varie sigle umanitarie che ho contattato erano già coperte. Così ho atteso fino alla chiamata giunta quasi inattesa di Laura che mi ha parlato di questo centro a Luanda, gestito da suore salesiane partite anche da Thiene: non ci ho nemmeno pensato, il tempo di organizzarmi col lavoro e siamo partite”.

La prima vera volta da volontaria dopo una vita fatta di viaggi fuori dalle rotte turistiche e da quel lusso quasi artificiale ricreato anche a pochi metri dalla sofferenza, fino a che qualcosa è scattato dentro, in modo definitivo: “Cresciuti i miei figli – spiega Irma – ho cominciato a girare il mondo, ma volevo tastare con mano la vita vera. Così sono stata ad esempio in Cina e in India, ho visto la fame, la miseria, ma anche i sorrisi più belli. Ho capito che avere consapevolezza di ciò era un primo passo, ma non poteva essere il traguardo”.

E così l’Angola, prima a dare supporto a Suor Joana tra i bambini afflitti dalla denutrizione e poi in un ospedale a Sanza Pombo, per fare il suo lavoro di infermiera: “Il centro è ben organizzato – racconta l’infermiera – e ogni giorno accoglie bambini molto piccoli, anche malati. Si lavora negando che i problemi esistono, per non creare tensioni col governo locale: eppure ci sono questi fagottini che a oltre un anno di vita stentano a superare i tre chili. Occhioni grandi, solo quelli: ti chiedi come sia possibile, i primi tempi piangevo sconfortata, poi una sorella mi ha presa in disparte e mi ha detto di guardare alle cose fatte quel giorno e quanto ogni minimo gesto fosse un grande passo lì. E poi l’ospedale: manca tutto. La gente muore perchè non può essere curata: abbiamo salvato una madre, alla sedicesima gravidanza. Il feto era già morto e lei era già stata abbandonata sola in una stanza: ci siamo prodigate per curarla e arrestare un’emorragia. La mattina dopo era seduta sul letto, mangiava una fetta di avocado. Non potete capire che gioia ho provato”.

Un paese poverissimo l’Angola, con oltre un terzo della popolazione analfabeta e un tasso altissimo di orfani che vivono di espedienti: “E’ un paradosso – riflette Irma – che là dove non sei certo che ci sarà un domani ad attenderti la gente sia così accogliente ed ospitale. Ringrazia e gioisce di ogni cosa, fa comunità e si aiuta senza pretendere niente in cambio. Qui crediamo di essere immortali, non conosciamo nemmeno i vicini di casa, siamo convinti che i soldi siano la soluzione: l’altro giorno a Santorso, un paziente ha dato in escandescenze perchè la sua visita ortopedica era un’ora in ritardo, urlava che sarebbe andato in privato. Non ho potuto non pensare agli angolesi, che fanno 6 ore di strada per una tachipirina. E poi non la trovano magari, ma ringraziano. E riprovano il giorno seguente”.

Tanti i ricordi – mentre già si sta ripianificando un nuovo viaggio – come quello di un equivoco linguistico che alla fine ha visto salire a bordo di una jeep una ventina di bambine convinte che avrebbero avuto scarpe nuove e così, raggranellati i soldi necessari, è stato impossibile non farle contente: “Non mi pesa usare le mie ferie per tornare lì – conclude la sanitaria cogollese – anzi sono io ad andare per arricchirmi dentro. Non voglio dare lezioni, ma un consiglio sì: se avete un peso nell’anima, se sentite un’infelicità che domina i vostri giorni, fate l’esperienza di donare il vostro tempo, non occorre essere medici. C’è bisogno solo di mani: mani tese che danno e che ricevono tantissimo. Ve ne accorgerete al ritorno: vivere qui vi sembrerà così facile e vi verrà quasi naturale regalare una parola gentile in più. Un sorriso a qualcuno che non conosci. E la vita avrà un sapore nuovo e speciale.

Per quanti volessero donare qualcosa, i riferimenti sono i seguenti:

PROGETTO DENUTRITI SUOR JOANA
IBAN: IT23S0103012107000061165219