Quando era buio e Laghi s’accese da solo: la storia di una famiglia, l’amore per un paese

La ricorrenza della prima lampadina accesa a Laghi, lo scorso weekend, non è stata una semplice commemorazione. È diventata un’indagine collettiva su ciò che significa portare progresso in un territorio marginale, e su come quel progresso, un secolo dopo, abbia ancora un valore spendibile tra comunità, istituzioni e mercato.
Una sala piena, tanto entusiasmo e curiosità. Non un pubblico di circostanza: famiglie, anziani che quella storia l’hanno sfiorata, giovani che la conoscono solo per sentito dire. L’atmosfera si è fatta densa quando le piccole pièce teatrali – brevi, essenziali, ma eseguite con una precisione sorprendente e la giusta dose di ironia – hanno ricostruito la nascita di un’idea che all’epoca sembrava quasi un atto di insubordinazione. Le voci del coro Azzurri Monti di Tonezza hanno aggiunto un contrappunto emotivo che ha trasformato la rievocazione in qualcosa di più simile a un interrogatorio alla memoria collettiva.
Al centro della scena, inevitabilmente, il sindaco Marco Lorenzato. Non solo il rappresentante di una comunità che rivendica con orgoglio la propria storia, ma anche il nipote diretto di chi quella storia l’ha scritta. La sua emozione era evidente, quasi fisica: parlare di Ferdinando Alessandro Lorenzato significava raccontare un uomo che non era un industriale, né un visionario da manuale, ma un genio semplice e ostinato. Illuminato, nel senso più letterale del termine. Nato nel 1901, cresciuto in una valle che la Prima Guerra Mondiale aveva trasformato in un confine di macerie, Ferdinando ebbe l’intuizione di portare l’elettricità in un paese che allora contava poche centinaia di abitanti. Non era un progetto tecnico: era un atto politico. E come spesso accade nelle storie italiane, dietro c’era anche un sacerdote, don Giuseppe Mutterle, che sostenne l’iniziativa senza poterla firmare. A prestare il nome fu il sacrestano Zanella, dettaglio che racconta meglio di qualsiasi documento quanto fosse fragile, e al tempo stesso audace, la costruzione di quella rete.
Per decenni Laghi si arrangiò da sola. Turbine, centraline, soluzioni ingegnose nate più dalla necessità che dalla disponibilità di mezzi. Un modello energetico che funzionava, e che arrivò fino al 1972, quando la nazionalizzazione dell’energia elettrica cancellò in un colpo solo centinaia di esperienze locali. A Laghi, come altrove, l’Enel prese il controllo. Modernizzazione per alcuni, amputazione per altri. Durante la serata, l’ingegner Massimiliano Dellacasa ha riportato la questione al presente: chi può produrre energia oggi, chi non può più, quali margini reali hanno i piccoli impianti idroelettrici, quanto pesa la burocrazia, quanto il mercato. Il ruolo del GSE, le Comunità Energetiche Rinnovabili, le promesse della transizione ecologica che spesso restano tali. Domande che non riguardano solo Laghi, ma l’intero Paese. A ricordare che la storia non è fatta solo di grandi scelte ma anche di tracce minime, un gesto inatteso: Michele Sartori ha donato alcuni bollettini elettrici originali, conservati per anni in un cassetto. Piccoli fogli che raccontano un’Italia che si costruiva da sé, prima che lo Stato decidesse di costruirla dall’alto.
Oggi, a distanza di un secolo, gli impianti di Laghi sono tornati a produrre energia rinnovabile. Non è nostalgia, né folklore. È la prova che ciò che era stato immaginato con mezzi limitati e visione lunga può ancora funzionare. E che forse, per capire dove l’Italia ha smarrito la strada della transizione energetica, bisognerebbe ripartire proprio da qui: da un paese che la luce se l’è accesa da solo, molto prima che qualcuno gliela portasse.
L’Eco Vicentino è su Whatsapp e Telegram.
Iscriviti ai nostri canali per rimanere aggiornato in tempo reale.
Per iscriverti al canale Whatsapp clicca qui.
Per iscriverti al canale Telegram clicca qui.