Bpvi, la denuncia de Il Fatto: in un file i ritardi che hanno penalizzato i soci scavalcati

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La facciata della sede dell'ex Banca Popolare di Vicenza e Nicola Borzi (foto Facebook Nicola Borzi)

C’erano file segreti, negli archivi delle direzioni territoriali della Banca Popolare di Vicenza, che dettagliavano – con nomi e cognomi e tempi – la vicenda dei sociscavalcati” nella vendita delle proprie azioni prima che il prezzo delle stesse crollasse.

Lo racconta Il Fatto Quotidiano oggi in edicola in un corposo articolo a firma di Nicola Borzi, lo stesso giornalista che nel novembre dello scorso anno – quando scriveva per Il Sole 24 Ore – denunciò la presenza di conti correnti dei servizi segreti presso filiali lombarde della BPVi, la banca al centro del clamoroso crack che è costato l’azzerramento dei risparmi di 108 mila soci.

Nell’articolo il giornalista racconta in particolare il caso di una una serie di ordini di vendita arrivati da soci alla direzione territoriale lombarda della banca vicentina fra la fine del 2013 e l’ottobre 2014: 65 ordini per un totale di 43.543 azioni. Richieste che andavano trasmesse subito alla direzione generale, la quale doveva valutare il loro riacquisto attraverso il Fondo azioni proprie dell’istituto di credito o incrociarle con richieste di acquisto. In 34 dei 65 casi i documenti furono inviati a Vicenza con un ritardo medio di 60 giorni, in 7 casi il ritardo fu di più di 100  e in un caso di giorni ne passarono ben 194.

Tali informazioni sono contenute in un figlio excel creato dai funzionari lombardi della banca, che Il Fatto afferma di aver potuto visionare ma del quale non c’è traccia nella relazione seguita all’ispezione della Consob del febbraio 2016.

Borzi nel suo articolo spiega inoltre che la banca in quel periodo si trovava stretta fra due fuochi opposti: le numerose richieste di disinvestimento da parte dei soci, “da soddisfare utilizzando il Fondo azioni proprie” e la necessità di svuotarlo (il fondo) per rispettare i nuovi vincoli normativi in vigore”. Per questo scattò la “campagna Svuotafondo”: nella corsa alla vendita delle azioni si diede però la precedenza a 630 azionisti “privilegiati” – sostiene Il Fatto, che pubblica anche le email della banca – quando i titoli erano ancora valutati 62,5 euro, consentendo così agli “amici degli amici” di rivendere alla banca un milione di azioni, “recuperando 62,5 milioni e scavalcando gli ordini di vendita di altre migliaia di soci, che non riuscirono a cedere i titoli prima del loro tracollo” si spiega nell’articolo. Sul numero degli scavalcati poche certezze: a marzo 2017 la banca ne ha riconosciuti ufficilmente meno di 500, “ma altre fonti – afferma Borzi – ne calcolano 8mila”.

Il sistema, secondo Il Fatto Quotidiano – si basava su un “controllo serrato dei dipendenti”, con pressioni “asfissianti” e “intimidazioni” sulla rete di vendita, riportati nella relazione della Consob e anche nell’inchiesta penale.

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