Il giallo di Antonio Menegon: l’ingegnere “anti‑autovelox” svanito nel nulla

La scomparsa di Antonio Menegon, 78 anni, ingegnere vicentino noto a livello nazionale per le sue battaglie contro gli autovelox irregolari, è oggi uno dei casi più enigmatici e inquietanti del Nordest. Dal 2 gennaio non si hanno più sue notizie: un’assenza improvvisa, priva di spiegazioni, che ha lasciato dietro di sé una scia di interrogativi, timori e ipotesi ancora tutte da verificare.
Una sparizione anomala. Il quadro che emerge dalle prime ricostruzioni è quello di un allontanamento inspiegabile. Nel suo studio di Rosà, dove Menegon lavorava e gestiva anche una piccola galleria d’arte, i carabinieri hanno trovato le chiavi di casa, il cellulare, il giaccone e persino il computer ancora acceso. All’esterno, regolarmente parcheggiati, la sua auto e il suo furgone. Un dettaglio, però, ha aggiunto ulteriore mistero: una telecamera lo avrebbe ripreso mentre saliva su un furgone guidato da un’altra persona. Non è noto chi fosse alla guida né dove il mezzo fosse diretto. Le ricerche, condotte tra Tezze sul Brenta e Rosà con l’impiego di droni, elicotteri e sommozzatori, non hanno finora portato ad alcun risultato.
Un professionista stimato, ma anche esposto. Menegon non era un ingegnere qualunque. Negli ultimi anni era diventato un punto di riferimento per associazioni di consumatori, avvocati e procure impegnate a far luce sull’utilizzo di autovelox non omologati. Fu sua la perizia tecnica che portò la Procura di Cosenza al sequestro di centinaia di dispositivi T‑Exspeed 2.0 in tutta Italia. Un lavoro che, secondo gli inquirenti calabresi, aveva toccato interessi economici “a otto cifre” nel settore delle sanzioni stradali. Non sorprende, dunque, che l’ingegnere fosse stato oggetto di pressioni e intimidazioni. Nel 2024 la sua auto era stata incendiata fuori dal suo studio, in circostanze mai chiarite. Un episodio che molti, oggi, tornano a rileggere con occhi diversi.
Le preoccupazioni degli ultimi mesi. Secondo amici e collaboratori, Menegon negli ultimi tempi appariva preoccupato per questioni legate alla sua attività professionale. Non aveva mai smesso di lavorare, ma aveva iniziato a denunciare pubblicamente un clima di isolamento istituzionale. A confermarlo è un lungo post pubblicato su LinkedIn a fine dicembre: un testo complesso, denso, quasi un testamento civile. Menegon vi raccontava la sua frustrazione per la mancanza di riscontri da parte di diverse procure — Trieste, Venezia, Padova — alle quali aveva inviato esposti e documenti tecnici. Il passaggio più inquietante è la chiusura: “Oggi sono stanco. Non per rassegnazione, ma per una stanchezza costruita nel tempo dall’assenza di risposte. È fine anno. Magari qualcuno raccoglierà il testimone. Per me… è tempo di andare”. Parole che oggi suonano come un presagio, anche se nessuno tra amici e colleghi ritiene plausibile un allontanamento volontario.
Il ruolo di Altvelox e il tema delle denunce inevase. L’associazione Altvelox, con cui Menegon collaborava da anni, ha confermato che l’ingegnere era diventato una figura centrale nella battaglia contro gli autovelox irregolari. È stata la stessa associazione a ricordare come oltre 200 segnalazioni ed esposti presentati in varie procure italiane non abbiano mai ricevuto risposta. In un comunicato diffuso sui social, Altvelox ha scritto: “Antonio è la persona che, con il suo lavoro, ha contribuito in modo decisivo ai sequestri del T‑Exspeed 2.0 su scala nazionale. In certi momenti il lavoro passa in secondo piano: resta la persona, l’amico. Speriamo davvero di poter dire presto che Antonio sta bene.”
Le piste investigative. Gli inquirenti non escluderebbero alcuna ipotesi: dall’allontanamento volontario, sebbene appunto ritenuto improbabile da chi lo conosceva, al malore improvviso, anche se la dinamica del furgone complica questa ipotesi; passando per il sequestro di persona, ipotesi al vaglio della Procura di Vicenza e arrivando all’atto intimidatorio o ritorsione, legato alla sua attività professionale, considerata “delicata” e potenzialmente scomoda. La Procura di Cosenza, pur non essendo territorialmente competente, ha dichiarato di seguire con attenzione la vicenda, consapevole del ruolo chiave che Menegon aveva avuto nelle loro indagini.
Una comunità sospesa. A Rosà e Tezze sul Brenta l’atmosfera è di attesa e inquietudine. I sindaci dei due comuni hanno lanciato appelli pubblici affinché chiunque abbia visto qualcosa si faccia avanti. Intanto, il tempo passa e il mistero si infittisce. La scomparsa di Antonio Menegon non è solo un caso di cronaca: è il punto di intersezione tra un uomo, il suo impegno civile e un sistema che, almeno secondo lui, non ha saputo ascoltarlo.
Un ingegnere che ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a chiedere trasparenza, legalità e coerenza istituzionale. E che oggi, paradossalmente, sembra essere svanito proprio nel silenzio che aveva denunciato.
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