Spettacolando: Con “Botanica – Season 2” i Momix ci fanno sognare ridisegnando la vita

I Momix sono tornati al Teatro comunale di Vicenza, in questi giorni (12-13-14 maggio) con Botanica – Season 2: tre attesissime date da sold out. L’attesa era pari alla curiosità: Moses Pendleton costruirà ancora una volta un universo sospeso tra illusionismo e poesia corporea? Sarà ancora capace di stupire? Ecco, si.

Guardando lo spettacolo sembra di assistere a un discorso di Mattarella, certo con più ritmo ed effetti speciali. Il nostro presidente è capace di rendere semplice ciò che altri cercano inutilmente finendo per perdere il bandolo della matassa. Sa emozionare senza frastuono e gli basta uno sguardo o una parola per vedere tutto: eccola lì la bellezza, nella natura che splende, nella rinascita. Nella vita in tutte le sue forme, in poche luci su un palco che dialogano tra loro. E’ così che fanno anche i Momix.

Pendleton rielabora il materiale originario con tecnologie sceniche, con videoproiezioni tridimensionali che amplificano il carattere dello spettacolo: sembrano paroloni questi, ma è la semplicità unita alla fantasia la chiave di tutto. La semplicità con cui immaginiamo le forme di un albero che fiorisce, un corpo che può trasformarsi in una creatura vegetale, lo scheletro di un animale che cavalchiamo e nel quale finiremo per implodere.
La cifra stilistica dei Momix è riconoscibile come le intro di certe canzoni dalle quali siamo stregati, come fossimo preda di un incantesimo. Mentre lo spettacolo lievita, i ballerini spariscono, si moltiplicano, si fondono con gli oggetti scenici dove l’equilibrio millimetrico danza tra gesti atletici e illusione ottica. Non capiamo chi stia coi piedi sul palco e cosa sia lievitato, sospeso in volo: cosa sia reale e cosa frutto del sogno nel quale siamo stati guidati con la dolcezza di un soffio. Noi restiamo lì, a bocca aperta, gli occhi illuminati: come nelle favole non ci chiediamo come un cane possa parlare, o un elefante volare, è la sospensione dell’incredulità.

La componente visiva è straordinaria. Pendleton lavora sulla luce come un pittore: ombre nette, controluce improvvisi, colori saturi che trasformano il palco in una foresta immaginaria. I costumi diventano estensioni anatomiche, amplificando forme e movimenti. Alcune scene raggiungono un livello di bellezza quasi ipnotica, soprattutto quando i danzatori si muovono all’unisono creando figure astratte che ricordano petali mossi dal vento o sciami in trasformazione. Non c’è mai staticità: tutto vibra, muta, respira.
La colonna sonora alterna Vivaldi a musica elettronica contemporanea, dove il tempo non ha più significato in uno spazio non delineato che diventa parte integrante della struttura emotiva.

Potremmo essere al cinema, in una realtà distopica costruita solo per noi, invece siamo in un teatro. Quando lo spettacolo finisce vediamo i corpi dei dodici performer illuminati sul palco: statuari, elastici e sorridenti. Solo in quel momento, quando questi ragazzi straordinari sono coperti dagli applausi di un pubblico stravolto dall’emozione, solo in quegli istanti ci rendiamo conto che sono esseri umani. E noi sorridiamo con loro pensando: questa è la vita che vogliamo. Volare, sorridere, diventare piante che fioriscono: restando umani.

Paolo Tedeschi

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