Grandine, cannoni e polemiche. Rabito: “Spreco di risorse per una pia illusione”

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Grandinata nelle strade dell'alto vicentino - foto d'archivio

C’è chi li difende perché “qualcosa bisogna pur fare”. E chi li liquida senza esitazioni come una superstizione moderna. Nel mezzo, amministratori locali schiacciati tra la pressione del territorio e la mancanza di soluzioni davvero efficaci. Il ritorno dei cannoni antigrandine nelle campagne venete – mentre i primi temporali violenti della stagione hanno già lasciato segni nei campi – riaccende una polemica che va ben oltre la meteorologia.

A mettere ordine nel dibattito, con una posizione netta ribadita con la consueta verve ironica “anti-complottisti”, è Marco Rabito, meteorologo e vicesindaco di Monticello Conte Otto. Una voce che non si limita a schierarsi, ma prova a spiegare perché, nonostante l’assenza di basi scientifiche, questi strumenti continuano a essere utilizzati: “Alcuni Comuni insistono su territori caratterizzati da una forte vocazione agricola, in particolare nei settori vitivinicolo e cerasicolo, dove la produzione genera un valore economico rilevante – osserva Rabito – con le amministrazioni locali che sono sottoposte a significative pressioni da parte degli operatori agricoli, che chiedono risposte concrete per contrastare i danni provocati dagli eventi atmosferici estremi”. Tradotto: quando grandina, non si parla solo di meteo, ma di economia reale. Di redditi. Di sopravvivenza di intere filiere.

Ma i cannoni antigrandine non hanno mai trovato conferme solide nella letteratura scientifica. Il loro funzionamento si basa su una camera di scoppio, un tempo alimentata ad acetilene e oggi a GPL, attivata da una semplice candela come quella di un motore. Gli scoppi generano onde sonore dirette verso l’alto con l’idea di interferire, tramite il fenomeno della cavitazione, con la formazione dei chicchi di grandine. Il problema sta però nelle dimensioni del fenomeno: il rumore prodotto dal cannone, già a circa 2mila metri di quota, si attenua in modo importante. Le grandinate, oltretutto, si sviluppano molto più in alto, tra i 4mila e oltre i 10mila metri. Una distanza tale da rendere di fatto inefficace qualsiasi effetto concreto dell’onda sonora.

Eppure, ogni estate, tornano. Non perché funzionino. Ma perché rappresentano una risposta immediata. E quando un temporale cancella in pochi minuti un raccolto, la teoria cede il passo alla pressione del presente. Rabito lo dice senza ambiguità: “Non sempre è semplice per un’amministrazione mantenere una posizione fondata esclusivamente sulle evidenze scientifiche – incalza il noto meteorologo – se viene compromessa una parte importante del reddito agricolo, la tensione sociale ed economica cresce rapidamente e diventa difficile da gestire. È qui che si innesta il paradosso veneto: uno dei territori più produttivi d’Italia, ma anche tra i più esposti agli eventi estremi, che finisce per oscillare tra innovazione e pratiche prive di riscontri.

Nel 2023, in Veneto, la grandine ha provocato circa 1,3 miliardi di euro di danni in appena dodici giorni attorno alla metà di luglio. Una cifra che spiega più di qualsiasi teoria perché il problema non possa essere liquidato con una risata sui “cannoni”: “La sfida per gli amministratori consiste nel confrontarsi con perdite economiche sempre più rilevanti – sottolinea Rabito – e quando le soluzioni non bastano o tardano ad arrivare si apre lo spazio per il tentare comunque qualcosa. Può accadere che si riponga fiducia anche in strumenti la cui efficacia non è stata dimostrata. È qui che il meteorologo traccia la linea. Perché se la comprensione del contesto è necessaria, non lo è meno il richiamo al metodo quando si rischia di pagare vere e proprie illusioni: “Proprio perché le risorse pubbliche e private sono limitate, è fondamentale che le scelte siano orientate dal metodo scientifico e dalle evidenze oggettive – avverte – altrimenti, è duplice: non proteggere davvero i raccolti e, allo stesso tempo, alimentare una spesa inefficace”.

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