Sergio Gasparin, dalla dirigenza aziendale allo sport: “Ho scelto le emozioni”

Capita a tutti, almeno una volta nella vita, di trovarsi di fronte ad un bivio. E a quel punto si deve fare una scelta. Da ponderare con cautela, si badi bene: perché essa, inevitabilmente, inciderà profondamente sulla propria esistenza. Quante persone, però, possono dire di essersi confrontate con un dilemma del tipo: dirigenza aziendale o dirigenza sportiva? Se c’è qualcuno, nel Vicentino, che su tale quesito si è senza dubbio arrovellato, questo è Sergio Gasparin. E i più accesi appassionati di calcio, e del Lanerossi Vicenza in particolare, non possono che essere grati che ciò sia accaduto.
Che egli abbia prescelto la squadra berica, infatti, con tutto quello che poi ne è conseguito in fatto di risultati da questa raggiunti, non era affatto scontato. “Il mio iter professionale – racconta ai microfoni della trasmissione di Radio Eco Vicentino “Parlami di Te” – è iniziato presso l’azienda scledense De Pretto-Escher Wyss, nella quale sono entrato come operaio. La strada poi, per una combinazione di qualche mia qualità personale e circostanze fortuite, è proseguita fino all’incarico di vicedirettore del personale. In seguito lasciai questa azienda, e approdai alla direzione centrale del personale della Lowara di Montecchio Maggiore. Avevamo un migliaio di dipendenti, tre stabilimenti e dodici filiali”.
Neppure la vendita dell’azienda agli americani, due anni dopo, gli procura intralci. “Bontà loro – riferisce a Mariagrazia Bonollo e Gianni Manuel -, dei sette dirigenti decidono di tenerne tre, incluso me. Il loro giudizio è positivo, mi esternano la loro stima. E da direttore centrale del personale divento direttore centrale sviluppo. Per arrivare infine, sostanzialmente, al posto di vicedirettore generale. Il percorso, nel giro di qualche anno, doveva portarmi alla massima carica”. Una carriera, insomma, che definire soddisfacente è assai riduttivo. Quale persona potrebbe mai pensare di abbandonarla?
Nel frattempo, però, coltiva anche la sua passione per il calcio, in qualità di allenatore, nella natia Schio, a Bassano e a Castelfranco. Ed è proprio mentre si dedica a tale attività in quel di Thiene che si ritrova davanti al bivio a cui si è accennato, destinato ad imprimere una svolta significativa alla sua vita. “Un giorno di primavera del 1989 – spiega -, mi telefona il presidente del Thiene, Pieraldo Dalle Carbonare, e mi propone di andare a pranzo. In tale circostanza mi informa di aver comprato il Vicenza. Ad una condizione però: che io lasciassi tutto per andare a gestire, come direttore generale e amministratore delegato, la squadra”.
Non sorprende che, di fronte ad una simile prospettiva, alcune notti siano trascorse insonni. Tuttavia, alla fine, si rompono gli indugi: “Decido di fare questa pazzia, e quindi vado a Seneca Falls, nello Stato di New York, per comunicare agli americani la mia decisione di lasciare l’azienda. Al che mi guardano esterrefatti. Volevano sapere dove sarei andato. E alla mia risposta, con la faccia più schifata del mondo, mi chiedono se ero impazzito. Di tanto in tanto, sul volo di ritorno, non riuscivo a non riderne fra me e me. E fu così che arrivai al Vicenza, dove sono rimasto per dodici anni”.
Una scelta per la quale, a distanza di tempo, non vi è la benché minima traccia di pentimento. “Ognuno – riflette -, nella vita, ha una schiavitù con la quale si confronta. Io non fumo, non bevo, non mi drogo e odio il gioco d’azzardo. Ma c’è una cosa che per me è irresistibile, e si chiama emozione. Abito nel Vicentino da sempre, e il Vicenza è la squadra dell’intero territorio, non del solo capoluogo. Mio padre ne era tifoso, come pure mio nonno. E dunque la dirigenza del Vicenza, per qualcuno che ama il calcio come me, rappresentava un’emozione straordinaria”.
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