Operaio ferito e abbandonato in strada: indagati moglie e marito imprenditori

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Lo hanno trovato riverso sull’asfalto, sanguinante, nella notte di via Cà Dolfin. Un uomo che non riusciva a muoversi, lasciato a pochi metri dall’ospedale come un peso di cui liberarsi. Da quell’immagine brutale è partita l’indagine che in poche ore ha portato i Carabinieri della Compagnia di Bassano del Grappa a denunciare due persone di Schiavon, un uomo di 56 anni e una donna di 48, accusati di omissione di soccorso e lesioni personali colpose.

La chiamata al 112 arriva poco dopo la mezzanotte del 29 maggio. Una passante segnala un uomo a terra, ferito, nei pressi della CMP Arena. I militari lo trovano: è un 56enne indiano, regolare in Italia, residente in Campania. Parla a fatica, piegato dal dolore. Dice solo di essersi fatto male “in un maneggio della zona”. Il 118 lo porta in ospedale: fratture gravi, ricovero in chirurgia, prognosi di 60 giorni. Ma la storia non convince. L’indagine parte immediatamente. I Carabinieri ascoltano nuovamente l’uomo, analizzano le telecamere, incrociano orari e movimenti. In poche ore individuano il luogo dell’incidente: un’azienda agricola di Schiavon, dove il 56enne lavorava da qualche giorno senza contratto. La ricostruzione è netta: la sera del 28 maggio cade da un’altezza di circa tre metri. Lo trovano il titolare e la compagna. E qui avviene la scelta – disumana – che segna la vicenda: invece di chiamare i soccorsi, lo caricano in auto e lo portano verso Bassano. Ma non al pronto soccorso. Lo lasciano in strada, al buio, e se ne vanno.

Prima di allontanarsi, forse in un momento di rimorso, la donna – secondo gli investigatori – chiama il 112 fingendosi una passante, usando il telefono del ferito. Un tentativo maldestro di costruire una versione di comodo. I Carabinieri trovano tracce di sangue sul sedile dell’auto e sequestrano i cellulari dei due indagati. Per il titolare scatta anche una sanzione amministrativa per lavoro irregolare e mancata comunicazione di ospitalità. Il 56enne resta ricoverato, non è in pericolo di vita. La sua testimonianza, insieme agli accertamenti tecnici, ha permesso di chiudere il cerchio in poche ore. Rimane però uno scenario a tinte fosche. In un’epoca in cui si parla di qualità della vita, di diritti, di sicurezza sul lavoro, c’è ancora chi rischia di morire pur di lavorare. Un frammento di imprenditoria – per fortuna un caso isolato, ma non per questo meno grave – che vede nella manodopera carne da macello, intercambiabile, anonima. Un numero. E per questo abbandonabile. Agonizzante. In una strada buia. Un uomo lasciato sull’asfalto non per fatalità, ma per paura e convenienza. Circostanze e sentimenti che hanno prevalso sulla dignità, sulla legge, sull’umanità. E che oggi diventano un fascicolo giudiziario, interrogando una comunità intera: quanto vale la vita di chi lavora?

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