La mano della ‘Ndrangheta dietro l’azienda di comodo che evadeva il fisco

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Ad occuparsi del sequestro dei beni e poi della confisca sono stati i finanzieri bassanesi

I dettagli dell’operazione sul lato economico-finanziario saranno chiariti nei prossimi giorni, ma intanto viene confermato che a Bassano del Grappa una ditta attiva nel settore dell’edilizia nascondeva in realtà un articolato sistema di prestanome e fatture fittizie messo in piedi per far circolare denaro sporco di origine mafiosa. “Ripulire” e “riciclare” erano le parole d’ordine di una filiale occulta della ‘Ndrangheta in Veneto.

Ne sono convinti i membri della Guardia di Finanza locale, oltre che la Procura della Repubblica, i quali hanno estrapolato due nominativi che, sulla carta e in concreto, agivano per conto della T.M.C. Srl. Si tratta di un’azienda bassanese già dal 2016 sotto esame di forze dell’ordine e magistratura perchè sospettata di avere un legame esclusivo in Emilia Romagna con un’organizzazione legata alla malavita.

Dietro all’attività economica sotto indagine, infatti, a tessere le fila c’era Giuseppe Giglio, un 53enne calabrese originario di Crotone con più residenze nel Nord Italia e pregiudicato di lungo corso. A “coprire” i suoi affari legati in ipotesi alla mafia calabrese c’era invece una persona del tutto estranea, Mario Mazzotti, 61enne che vive a Reggio Emilia e ritenuto la “testa di legno” rappresentativa del sodalizio criminale, secondo le indagini delle Fiamme Gialle. Da cinque anni a questa parte sarebbero oltre 200 le persone ritenute coinvolte in questi affari illeciti, di cui la sede bassanese rappresentava solo uno dei “rubinetti” per ripulire il denaro.

Il “burattinaio” reale in altra parole è considerato il 53 crotonese, membro di “un’articolata
associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso” secondo la definizione adottata oggi dai finanzieri bassanesi, che lo scorso di mese di febbraio hanno chiuso il loro fascicolo di indagine, nei confronti di soggetti comunque già sotto ordine di custodia cautelare o in stato di arresto, per iniziativa di altre procure italiane. Motivo per cui non sono stati disposti sequestri preventivi per tutelare le casse pubbliche in questo caso.

L’attività economica con sede legale in Largo Parolini a Bassano del Grappa, insomma, non era preposta a conseguire un utile ma al solo fine di compiere attività illecite ora venute alla luce. Un meccanismo spiegato dagli stessi finanzieri, vale a dire mediante l’emissione di fatture per operazioni inesistenti. Permettendo così a terzi di evadere l’imposte e compiere flussi finanziari a favore dei membri dell’associazione per delinquere, attiva tra il 2014 e 2015. Periodo su cui la GDF ha riscontrato un ammanco di Iva non  versata pari a 230 mila euro.