Spettacolando – L’angelo del focolare di Emma Dante racconta la violenza fra le mura di casa

Cosa succede se l’ “angelo del focolare”, simbolo ottocentesco della devozione femminile, smette di vegliare sulla casa e vi rimane intrappolato? Emma Dante torna al Teatro Astra di Vicenza per la rassegna “Terrestri” , ed è un pugno nello stomaco che lascia il pubblico senza respiro. E’ la ferocia della violenza silenziata tra le mura domestiche, è la quotidianità che abbiamo romanzato, addolcito, mistificato e pure giustificato. E’ la realtà, anche se siamo a teatro.
Emma Dante, che cura anche regia, scene e costumi, ci chiama dentro un incubo che per decenni abbiamo provato a guardare con gli occhi di chi non sa, non gli riguarda, a casa mia non succederebbe mai, figuriamoci.
La scenografia è un interno spoglio dove ogni oggetto – il tavolo, la poltrona, il gabinetto – diventa un altare pagano di un rito di sopraffazione . La sopraffazione giustificata dalla tradizione.
I corpi sono messi in scena nella loro essenza più animale: il Marito (Ivano Picciallo) è un maschio brutale e inetto, che gira in mutande e canottiera grugnendo ordini e pretendendo un caffè che non arriva mai abbastanza in fretta . Intorno a lui la Moglie (una straordinaria Leonarda Saffi) si muove freneticamente alimentando il conflitto tragicomico con la Suocera (Giuditta Perriera). A fare da sponda il figlio maschio della coppia (David Leone), anima fragile e depressa, schiacciato tra un padre che vuole forgiarlo a sua immagine e somiglianza, e una madre che riversa su di lui la frustrazione della cura . Una faida rituale per la riconoscenza di un minuscolo potere, fingendo possa essere dignità.
Il genio di Emma Dante sta nel mostrare che la violenza non è solo nell’esplosione finale del femminicidio (mai abbastanza rimarcato), ma nella grammatica stessa del quotidiano. L’indifferenza con cui il marito scavalca il corpo della moglie a terra per andare in bagno. La naturalezza con cui la suocera ignora il dramma, alternando rabbia a compiacimento. Moglie, madre, nuora, ancora una volta il centro di tutto, ancora una volta abbandonata alla sua solitudine che lotta, subisce, sprona, fino a rompere il muro dell’omertà, raccontando la vera storia di una ragazza divenuta madre ancor prima di immaginare cosa significhi essere donna.
La scena della violenza fisica, caricaturizzata nella presa di un ferro da stiro, ricorda, nello stile, la danza che mimava la violenza nell’acclamato film di Paola Cortellesi, mentre suonano le musiche de “Alla fiera dell’Est” che accompagna l’epilogo di una storia già scritta, che ruota su sé stessa come nel testo della canzone, e che rileggiamo in forme e sfumature diverse ma dal medesimo contenuto, ad ogni latitudine del globo.
Paolo Tedeschi
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