Spettacolando – “Le nostre donne” al Comunale di Vicenza scava dentro di noi

Lo spettacolo Le nostre donne, andato in scena al Teatro Comunale di Vicenza il 22 e 23 aprile, si presenta come una commedia che desidera indagare le dinamiche dell’amicizia, i rapporti sentimentali e le contraddizioni dell’animo umano. Tratto dal testo del drammaturgo francese Éric Assous, lo spettacolo si regge su un impianto narrativo semplice ed efficace. Tre amici di lunga data, Max (interpretato da Luca Bizzarri) , Paolo (Enzo Paci) e Simone (Antonio Zavatteri) si ritrovano per una partita di poker ma la serata prende una piega inaspettata.
Simone è in ritardo, e mentre gli altri due amici si punzecchiano su banali questioni di rispetto, questi arriva tutto sconvolto e si attacca alla bottiglia di whisky, calandosi qualche xanax: è sconvolto. Ho ucciso mia moglie!! L’ho strangolata e l’ho uccisa! Le risate si fanno improvvisamente amare.
I tre cercano di ricostruire l’accaduto mentre Simone perde progressivamente lucidità. Il dialogo è serrato, tragicomico, ed è difficile ridere di fronte alla rappresentazione di un femminicidio dove l’assassino è l’amico di sempre. Com’è possibile in trentacinque anni di intima amicizia non riconoscere i sintomi di un violento? Com’è possibile che l’amico bonaccione abbia ucciso con le sue mani, senza neppure un pretesto (come se ne potesse esistere uno valido), senza quasi rendersene conto?
Max insiste per chiamare la polizia mentre Paolo prova a tergiversare: ragioniamo con calma, dice, mentre il dialogo prende forma sotto lo spunto della richiesta di un alibi da parte di Simone. Potete dire che sono arrivato qui alle 21? Siccome l’ho strangolata alle 21.45, nessuno potrebbe incolparmi? Dai, su, cosa volete che sia un piccolo favore?
Luca Bizzarri, il volto più noto sul palco, tiene le redini del confronto e continua a negare ogni possibilità di copertura: dobbiamo chiamare la polizia! Subito!
S’incrociano così le varie prospettive di valutazione in un confronto altalenante volto a indagare le vite di ognuno. Dinamiche di coppia, rapporto di amicizia, favori offerti e richiesti (soldi, ovviamente) sono il tessuto di un dialogo il cui sottointeso prende forma senza una direzione chiara.
Pur sapendolo (perché lo sappiamo bene cosa ci dice la coscienza di cittadino), c’è davvero qualcosa di giusto da fare in ogni circostanza? In senso assoluto! O esiste anche solo un accettabile motivo che potrebbe cambiare la prospettiva, che potrebbe far quantomeno considerare una strada alternativa?
Mentre i tre si confrontano Simone improvvisamente crolla: beh, certo, whisky+xanax, come poteva essere altrimenti? Così il dialogo si fa a due e le verità confessabili insinuano i dubbi nelle certezze radicate, al punto da cambiare ancora quando arriva la telefonata della figlia di Paolo, che però cerca Simone: sono le due di notte, considerarla la sua amante è quasi scontato, anche perché lei si rifiuta di parlare col padre, mette giù, e spegne il telefono. I ruoli si capovolgono d’improvviso, ora è Paolo a voler chiamare la polizia, mentre Max tergiversa.
E’ forse provocatorio il titolo di questa commedia amara e potrebbe essere interessante vederla specchiata in uno spettacolo dal titolo “i nostri uomini”. Quel nostro che presuppone generosa appartenenza, amore, dedizione, ma nasconde sempre la logica del possesso, della concessione a volontà e bisogni altrui: che sia un figlio, un amico, un compagno. Una figlia, un’amica una compagna.
Max si sveglia lucido quanto intontito e così riprende ancora il dialogo, con la variante figlia a rimescolare quella zuppa fatta di giustizia, rispetto, legami e scelte. Niente sembra più solare mentre una chiamata della polizia mette il punto sulla confusione: la moglie non è morta ma ha sporto denuncia nei confronti del marito. E mentre lui alleggerito/sconsolato/annichilito/rassegnato saluta gli amici (increduli) per raggiungere la questura, confida a Paolo che no, non è l’amante di sua figlia; che sua figlia è incinta (di un suo coetaneo) ma che non vuole confidarsi col padre (giudicante) e preferisce parlare con l’amico di lui. Si scusa per aver tradito la fiducia della ragazza e va via.
Forse l’umanità è questa e non ci resta che arginare i suoi eccessi, per quanto possibile, accettando l’inevitabile. Restare umani rimane un monito, o forse uno slogan di cui spesso è difficile cogliere il significato. Bisognerebbe tendere al sovraumano, direbbe Bergonzoni.
Paolo Tedeschi