Decreto intercettazioni. Il ministro Orlando: “Nessun testo definitivo”

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Il ministro della Giustizia frena sul decreto legislativo in materia di intercettazioni. “Di una cosa sono sicuro, non sarà questo il testo finale“. A dirlo in un colloquio con ‘Repubblica’ proprio Andrea Orlando. “Voglio essere chiaro su questo punto, questo è un testo di cui non riconosco la paternità”. Anche se la lettera di accompagnamento portava in calce proprio la sua firma, Orlando la spiega così: “Da un punto di partenza dovevo pur cominciare, ma alla fine la riforma delle intercettazioni non sarà quella contenuta in quelle pagine”.

Non mancano le polemiche, soprattutto nel Movimento Cinque Stelle che ha parlato di “colpo di spugna per salvare Tiziano Renzi, Lotti e il cerchio magico coinvolto nell’inchiesta Consip”.

Dietrofront anche sul punto più controverso e contestato sia per il diritto di cronaca sia per il lavoro stesso delle toghe: l’obbligo di non citare letteralmente e tra virgolette le intercettazioni, ma riportandone solo il contenuto. Anche su questo Orlando fa retromarcia rispetto alla bozza: “È un punto che sicuramente potrà cambiare“. Contrario a questo punto anche Antonio Di Pietro, ex pm di Mani Pulite, secondo cui “la sintesi non riproduce mai la realtà e non si può impedire al magistrato di avere una ricostruzione integrale”.

Nella bozza inoltre viene vietata la trascrizione nei verbali di intercettazioni non rilevanti per l’indagine, un limite che il pm può oltrepassare solo “con decreto motivato” di fronte a materiale rilevante “per fatti oggetto di prova”. La rilevanza delle conversazioni captate da acquisire invece in dibattimento la stabilirà un giudice in un’udienza con le parti. Infine, fatto salvo il diritto di cronaca, si prevede il carcere fino a 4 anni per chi diffonde riprese audiovisive e registrazioni di comunicazioni effettuate in maniera fraudolenta per danneggiare “la reputazione o l’immagine altrui”. Quanto ai mezzi per intercettare, viene seriamente limitato l’uso di captatori informatici in pc o cellulari, consentito solo per i reati più gravi.

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