I mille di Marsetti sfidano caldo e paura: “Moreno non sei solo”

Certe piazze si riempiono per abitudine, altre per convenienza. Quella che ieri pomeriggio ha invaso il cuore di Malo appartiene invece a una categoria più rara: le piazze che nascono dall’istinto di una comunità quando sente che è stato superato un limite.

Il termometro segnava oltre 35 gradi. L’orario era uno dei meno favorevoli immaginabili: le quattro del pomeriggio di un venerdì di luglio, nel pieno della stagione delle vacanze. Eppure, davanti al municipio di Malo, si è radunata una folla che in pochi si aspettavano di vedere. Non solo amministratori, sindaci, parlamentari, consiglieri regionali e rappresentanti delle categorie economiche. Soprattutto cittadini. Tanti. Tantissimi. Almeno un migliaio le persone presenti, arrivate per testimoniare vicinanza al sindaco di Malo e vicepresidente della Provincia di Vicenza Moreno Marsetti dopo il devastante attentato incendiario che ha distrutto il capannone dell’azienda di famiglia.

Un colpo che ha bruciato strutture, macchinari e anni di sacrifici. Ma che ieri ha trovato una risposta altrettanto potente: quella di una comunità decisa a non lasciare solo uno dei suoi uomini simbolo. E il dato politico, per una volta, passa quasi in secondo piano. Perché la vera notizia della giornata non è stata soltanto la presenza di oltre cento sindaci e di esponenti istituzionali di ogni livello – la sottosegretaria Mara Bizzotto, l’assessore della Regione Veneto Marco Zecchinato, l’europarlamentare Sergio Berlato e il presidente della Camera di Commercio Giorgio Xoccato – solo per citarne alcuni. Nè la pur significativa presenza di Adriano Cappellari, il giovane giornalista che ha subito un attentato incendiario contro la sua abitazione a Enego. Né, ancora, lo striscione lungo sette metri con scritto “Forza Moreno, siamo con te”, firmato da centinaia di persone. Nemmeno le oltre sessanta donazioni già arrivate alla raccolta fondi avviata per sostenere l’imprenditore e la sua azienda.

La vera notizia è stata un’altra. È stata la quantità di cittadini che hanno cercato Marsetti uno ad uno. Non per una fotografia. Non per un saluto formale. Ma per rivolgergli parole che si riservano alle persone considerate di famiglia. “Le porte di casa mia per te sono aperte”, “Durante le vacanze vengo ad aiutarti volentieri”, “Dimmi di cosa hai bisogno, noi per te ci siamo”. Frasi semplici. E proprio per questo potentissime. Parole che raccontano un rapporto che va ben oltre il normale consenso politico. Un legame costruito negli anni e consolidato anche dall’ultimo risultato elettorale, quando Marsetti è stato confermato sindaco con un inequivocabile 75% dei voti. Numeri che spiegano perché venerdì, davanti a una folla capace più volte di interrompere gli interventi con lunghi applausi e cori scanditi al ritmo del suo nome, il clima fosse quello di una comunità ferita ma compatta.

Visibilmente commosso, il sindaco ha affidato la sua risposta a poche parole, ma cariche di significato: “È dura. Hanno distrutto anni di lavoro e di sacrifici. Ma l’azienda Marsetti risorgerà. Come la Fenice”. Una promessa. Ma anche una sfida. Perché accanto alla vicenda personale resta aperta una domanda che attraversa inevitabilmente l’intera provincia: chi può aver maturato un odio così profondo da arrivare a un gesto tanto devastante? Su questo fronte le indagini continuano senza sosta e gli investigatori mantengono il massimo riserbo. Nessuna pista viene esclusa e l’auspicio di tutti è che si possa arrivare rapidamente a individuare i responsabili. Nel frattempo, però, il caso Marsetti ha già aperto un dibattito più ampio sulla sicurezza degli amministratori locali. Tema richiamato dallo stesso sindaco e rilanciato praticamente da tutti gli interventi istituzionali. Negli ultimi anni minacce, aggressioni e intimidazioni ai danni di primi cittadini e amministratori sono diventate una realtà sempre più frequente. Una deriva che preoccupa perché rischia di allontanare dalla vita pubblica proprio quelle persone che scelgono di mettersi al servizio delle proprie comunità.

Da questo punto di vista la manifestazione di Malo ha offerto un’immagine rara: una solidarietà pressoché totale, capace di superare appartenenze e colori politici. Un’unità bipartisan che, tuttavia, non è stata priva di qualche retrogusto polemico. Tra la folla non sono mancati infatti i mugugni di alcuni amministratori che hanno osservato l’assenza di alcune figure considerate di primo piano. Nel mirino, in particolare, la mancata presenza del presidente Alberto Stefani e dell’ex Luca Zaia oltre che di altri rappresentanti ai vertici delle istituzioni regionali. Qualcuno ha parlato apertamente della presenza delle “seconde file”, sottolineando come, in giornate simboliche come questa, la vicinanza delle massime cariche avrebbe avuto un valore ulteriore.

Un’osservazione rimasta sullo sfondo, ma che testimonia una preoccupazione diffusa. Perché, archiviati gli applausi e spenti i microfoni, resta una domanda che molti amministratori si sono posti lasciando la piazza. La solidarietà mostrata ieri saprà trasformarsi in sostegno concreto? “Perché se poi da domani siamo ancora soli, cose come queste ricapiteranno”, commentava lapidariamente qualcuno allontanandosi dalla manifestazione. È forse questo il messaggio più profondo emerso da Malo. L’attentato ha colpito un imprenditore e un sindaco. La risposta, però, è arrivata da un intero territorio. E quando un migliaio di cittadini decidono di sfidare il caldo, le ferie e la comodità di restare a casa per essere presenti, il significato va oltre la cronaca. Diventa una dichiarazione collettiva. La stessa che ieri pomeriggio si è levata dalla piazza con una convinzione difficile da ignorare: chi ha cercato di isolare Moreno Marsetti ha ottenuto l’effetto opposto. Ha trovato un paese intero dalla sua parte.

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