“L’istruzione svenduta alle imprese”, Istituti tecnici in rivolta. 7 maggio sciopero nazionale

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I programmi scolastici negli istituti tecnici subordinati alle necessità delle aziende, la cultura svilita e studenti che si sono iscritti a scuole che di fatto da settembre non esisteranno più.
Il 7 maggio gli istituti tecnici si fermano contro il riordino dei percorsi quinquennali ed il taglio alle discipline umanistiche e scientifiche. Una rivolta contro il governo di Giorgia Meloni indetta da Flc Cgil, Cobas Scuola, Usb Pubblico Impiego e Cub Sur e promossa dalla Rete Nazionale degli Istituti Tecnici, una realtà auto-organizzata, nata in poche settimane dall’indignazione di moltissime realtà italiane per una riforma imposta senza confronto e ormai ramificata in decine di città capoluogo.
La denuncia della Rete Nazionale è chiara: “L’istruzione viene svenduta alle imprese e così si uccide l’ascensore sociale”.

Non è solo una questione di orari o contratti, ma una battaglia per l’anima stessa dell’istruzione pubblica. In Veneto, la mobilitazione è già partita: dopo il presidio di oggi a Vicenza presso l’Ufficio Ambito Territoriale, l’appuntamento principale è fissato per giovedì a Mestre, davanti alla sede dell’Ufficio Scolastico Regionale. “Il provvedimento contestato che prevede il riordino e la modifica dei quadri orari degli istituti tecnici, è stato approvato a iscrizioni già concluse – spiegano dalla Rete – Le famiglie hanno scelto una scuola che da settembre non esisterà più. I Collegi Docenti, quando sono stati convocati hanno dovuto procedere d’urgenza, deliberando senza linee guida rispetto alle nuove discipline e con il parere contrario del CSPI. La riforma prevede il taglio alle discipline umanistiche e scientifiche, la formazione scuola-lavoro anticipata a 15 anni, l’imposizione della didattica per competenze condotta da esperti aziendali senza formazione pedagogica, lo smantellamento del biennio comune e titoli di studio non più comparabili tra i vari istituti del medesimo indirizzo. Di fatto, l’istruzione tecnica diventa sempre più asservita alle esigenze delle imprese locali, si fa ancora più classista e si impoverisce: sarà un’istruzione superficiale per i figli delle classi popolari, cessando il suo ruolo storico di ascensore sociale”.

La critica più dura rivolta al ministro Giuseppe Valditara e a Giorgia Meloni riguarda proprio il carattere discriminatorio del provvedimento. Secondo la Rete, la riforma creerà un’istruzione di serie B per i figli delle classi popolari: un percorso superficiale e frammentato che smantella il biennio comune e rende i titoli di studio non più comparabili tra loro.
C’è poi il paradosso amministrativo: il riordino è stato approvato a iscrizioni già concluse. Migliaia di famiglie hanno scelto per i propri figli un percorso scolastico che, a settembre, semplicemente non esisterà più. Uno stratagemma che sta spingendo molti genitori a formare comitati e a valutare ricorsi legali per violazione della trasparenza.
Il fronte del ‘no’ è compatto e pronto a tutto. Se il governo non sospenderà l’entrata in vigore del riordino, la protesta si sposterà nelle segreterie e nei corridoi: si parla già di rifiuto collettivo di adottare i libri di testo, dimissioni di massa dei coordinatori e, nel caso peggiore, il blocco degli scrutini e degli esami di Stato. “Mentre si trovano i soldi per il riarmo, si taglia sulla cultura”, denunciano gli studenti al fianco dei docenti. La richiesta è chiara: una moratoria immediata e l’apertura di un confronto democratico che rimetta al centro il diritto all’istruzione, e non il profitto delle aziende. Se così non sarà, il prossimo anno scolastico rischia di non partire mai.

“Una piazza che difende la scuola pubblica e la difende bene: con argomenti, con passione civile, con la consapevolezza di chi sa quale grande patrimonio rischiamo di perdere”. Lo ha dichiarato Carlo Cunegato, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra nel consiglio regionale del Veneto. “La riforma Valditara sugli istituti tecnici toglie ore di italiano, ore di storia, 66 ore di scuola in quinta, anticipa l’alternanza scuola-lavoro in seconda. Il messaggio è chiaro: meno scuola, più lavoro. Meno cittadini, più manodopera. La destra non vuole persone capaci di comprendere un articolo di giornale, di leggere il presente, di partecipare alla vita democratica. E i dati Invalsi 2025 ci dicono che già oggi la metà degli studenti di quinta superiore fatica a comprendere un testo scritto. Valditara risponde togliendo ore di italiano. Questa direzione fa male alla democrazia e, alla lunga, fa male anche all’economia: un mondo che cambia alla velocità di quello attuale ha bisogno di persone che sappiano pensare, non solo eseguire. Noi saremo sempre al fianco di chi difende la scuola pubblica”.

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