Spettacolando – Pennacchi a Schio racconta il Veneto. E gli alieni in Laguna siamo noi

Andrea Pennacchi arriva a Schio con “Alieni in Laguna” e porta in scena uno spettacolo che è vita personale, racconto civile, testimonianza di una terra contraddittoria come quella veneta. Il pubblico scledense lo accoglie come una star del cinema, ma è un idolo anche in televisione, dove ha spalancato gli orizzonti all’alter ego Pojana (ormai è impossibile scindere i due).
Non c’è mai odore di predica nelle parole di Pennacchi e meno che meno puzza di autocompiacimento: di solito è il sarcasmo nero e crudo a fare da padrone. Quello che ci troviamo di fronte però è un Pojana vestito da Pennacchi addolcito da tempi così duri che impongono a tutti un po’ di morbidezza.
“Alieni in Laguna” parla di creature venute da mare e terra, non certo dal cielo. Gli “alieni” sono le nutrie giganti, i gamberi assassini e i granchi blu, ma soprattutto gli immigrati di ogni cultura e credo religioso, i lavoratori sfruttati, neri, bianchi e gialli, i cittadini spaesati: e sì, anche i veneti che non riconoscono più la loro terra e forse nemmeno loro stessi.
Siamo cresciuti coi confini nella testa, con linee precise che definivano gli stati nell’atlante geografico, confini che nella realtà andavano a modificarsi e spesso a scemare; i colori sgargianti che definivano i paesi sono cambiati, con dogane che sparivano, ricomparivano, si spostavano e che portano a costruire muri che diventeranno ridicole attrazioni turistiche. E che saranno abbattuti da mani nude, trombe d’aria, droni o bombe nucleari.
Abbiamo giocato a Risiko con le nostre vite, senza rispettare le poche regole che eravamo stati capaci di darci, mentendo a noi stessi davanti a qualsiasi specchio e schermo (che poi sono la stessa cosa). Abbiamo umiliato i nostri simili e la terra che ci è stata regalata da un dio che adoriamo o da una scintilla, forse da entrambi: ma cosa importa chi ha fatto il dono se non abbiamo imparato a rispettare nemmeno le regole più grandi noi, quelle incontrovertibili e solari dettate da madre natura?
La laguna diventa così uno spazio simbolico, fluido e instabile, dove identità diverse si incontrano, si annusano, si guardano, si temono, si rispettano, si calpestano e inevitabilmente si scontrano. Il veneto è terra di conquista e miseria, di emigrati e emigranti, di distruzione del territorio ma anche di ricchezza, innovazione, eccellenze culturali e imprenditoriali.
Il dialetto veneto è la sua naturale espressione: lingua spesso dura, che non è mai folklore ma strumento espressivo preciso, capace di restituire autenticità ai personaggi e di creare complicità con le persone. A Schio, questa scelta risuona in modo particolare, perché chi ascolta riconosce accenti, modi di dire, mentalità che appartengono a un immaginario condiviso. Fuori dalla provincia, lontani dalla regione, arriva una parola che non sempre si riesce a comprendere nelle sue sfumature, ma nella sua essenza sì. E se ne riconoscono forza e profondità.
La narrazione di Pennacchi passa dalla veranda di casa sua alla rinascita della natura durante il Covid, passando per la raccolta differenziata in una casa nel bosco, con lupi e orsi come vicini di casa. S’incrociano i racconti reali dove il romanzato è nel tono della voce, nella scelta degli aggettivi; non certo nei fatti che spesso riconosciamo perché raccontano cose che sono accadute anche a noi. Così alcune risate si fanno amare, perché ridere e riflettere insieme è cosa difficile e può far male.
Quello che ci regala Pennacchi però è un dono prezioso, che ci permette di guardarci con una prospettiva più neutra, senza i filtri di Instagram, senza l’algoritmo che seleziona immagini e informazioni. Ci mette a nudo di fronte al puzzle della nostra vita: sta a noi scegliere cosa fare. Nel frattempo (possibilmente) restiamo umani.
Paolo Tedeschi
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