La diaspora che cambiò l’Italia: nel saggio di Andrea Vezzaro la fine della Balena Bianca

Ci sono momenti della storia politica italiana che, pur essendo stati vissuti da milioni di persone, restano avvolti da una sorta di nebbia interpretativa. La fine della Democrazia Cristiana è uno di questi. Non perché manchino le ricostruzioni, ma perché raramente si è tentato di raccontare quel passaggio come un processo, non come un crollo improvviso.

La caduta. Cronache sulla diaspora democristiana 1993-1995, il nuovo saggio dello storico vicentino Andrea Vezzaro pubblicato da Ronzani Editore, riesce proprio in questo: restituire la complessità di una dissoluzione che ha cambiato per sempre il volto della Repubblica.
Il libro nasce da un lavoro di scavo durato cinque anni, fondato su un mosaico di fonti che restituisce la densità di un’epoca: i quotidiani dell’epoca – dal Popolo al Corriere della Sera, da la Repubblica alla Stampa e all’Unità – le memorie dei protagonisti come Gabriele De Rosa e Gerardo Bianco, e soprattutto l’immenso archivio sonoro di Radio Radicale, che Vezzaro ha ascoltato integralmente, dalle direzioni nazionali alle sedute parlamentari, dalle interviste ai congressi. È da questo materiale che nasce la cronaca “day by day” che struttura il volume, un racconto che restituisce la vertigine di un sistema politico che si sgretola mentre i suoi protagonisti cercano disperatamente di capirne il senso.

Vezzaro lo dice con chiarezza: la fine della DC non è figlia soltanto del referendum del 18 aprile 1993 o del ciclone giudiziario di Mani Pulite. Le radici sono più profonde. “La morte di Aldo Moro, il 9 maggio 1978, è quasi l’inizio del countdown”, osserva lo storico. Da allora, la Balena Bianca entra in una fase di logoramento interno, segnata da tentativi di autoriforma mai compiuti: dai gruppi di rifondazione di Piero Bassetti nel 1974 all’Assemblea degli Esterni del 1981, fino alla Conferenza nazionale di Assago del 1991, quando Ciriaco De Mita pronuncia la frase che diventerà un presagio: “Così come siamo non possiamo più essere”. La crisi, insomma, precede Tangentopoli. Le inchieste giudiziarie accelerano un processo già in corso, mentre il sistema politico appare incapace di riformarsi.

In questo scenario, Mino Martinazzoli tenta l’ultima grande operazione politica della DC: l’assemblea costituente del luglio 1993 all’EUR. È un momento cruciale. Il segretario ottiene pieni poteri per autoriformare il partito, con un voto quasi unanime: l’unico contrario è Ermanno Gorrieri, che di lì a poco darà vita ai Cristiano Sociali. Ma quell’investitura, apparentemente solida, nasconde una frattura insanabile. Martinazzoli vuole tenere insieme tutte le anime del partito, ma la comunità democristiana è già in movimento verso approdi diversi. Nell’autunno del 1993, due blocchi si fronteggiano apertamente: da un lato i neocentristi di Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella, dall’altro la “Costituente 93” di Leopoldo Elia, Beniamino Andreatta, Rosy Bindi e Sergio Mattarella, allora direttore del Popolo. È la prova che l’unità è ormai un’illusione.

La cronaca di Vezzaro mostra come, già nell’estate del 1993, la legislatura fosse di fatto al capolinea. Il 4 agosto viene approvato definitivamente il Mattarellum, la nuova legge elettorale che introduce una forte componente maggioritaria e che, di fatto, avvia il conto alla rovescia verso la fine della Prima Repubblica. Il governo Ciampi, tecnico e fragile, approva la legge finanziaria il 18 dicembre; il giorno dopo Marco Pannella presenta una mozione di sfiducia che non mira a far cadere l’esecutivo, ma a “parlamentarizzare” la crisi. È l’inizio della fine. Il 4 gennaio 1994 iniziano le consultazioni: la legislatura, una delle più brevi della storia repubblicana, si chiuderà poche settimane dopo.

In questo clima di accelerazione, Martinazzoli annuncia che a gennaio nascerà il Partito Popolare Italiano. Ma il nuovo sistema bipolare che si sta delineando non lascia spazio a un centro autonomo. E qui entra in scena Mario Segni, figura chiave della diaspora democristiana. Forte della vittoria referendaria del 1991 e del suo movimento dei Popolari per la Riforma, Segni aveva lasciato la DC all’indomani dell’avviso di garanzia ad Andreotti, convinto che solo una rottura netta potesse salvare la riforma maggioritaria. Per mesi attacca duramente il suo ex partito, ma nell’autunno del 1993 torna al centro della scena: il 7 settembre incontra Martinazzoli nella sede di Arel, l’associazione fondata da Andreatta, e diventa il candidato premier del “Patto per l’Italia”, l’alleanza centrista che dovrebbe rappresentare la terza via tra progressisti e centrodestra. È un progetto che nasce già in difficoltà. Le elezioni amministrative del 1993, con l’elezione diretta dei sindaci e il ballottaggio, hanno dato grande forza ai progressisti. E soprattutto, dietro le quinte, Silvio Berlusconi sta preparando la sua discesa in campo. Segni tenta un’alleanza con la Lega: il 24 gennaio 1994 incontra Roberto Maroni e Rocco Buttiglione, viene scattata una foto, diffuso un comunicato congiunto. Ma due giorni dopo Bossi delegittima tutto. Berlusconi, che ha già in tasca l’accordo con la Lega nei collegi del Nord, scende in campo e cambia il quadro politico in modo irreversibile.

Il Patto per l’Italia viene stritolato dal bipolarismo nascente. Alle elezioni del 27 marzo 1994 vince pochissimi collegi, soprattutto al Sud. Lo stesso Segni perde nel suo collegio uninominale in Sardegna e rientra alla Camera grazie al proporzionale: un paradosso per chi aveva combattuto per superarlo. Berlusconi trionfa grazie alla doppia alleanza: Polo delle Libertà al Nord, Polo del Buon Governo al Sud. È l’inizio della Seconda Repubblica.
E i democristiani? Dove finiscono? Vezzaro è prudente: a trent’anni di distanza è difficile tracciare una radiografia precisa dell’elettorato del 5 aprile 1992. Ma alcune tendenze emergono. Una parte significativa resta sotto lo scudo crociato del Partito Popolare, che ottiene circa l’11% nella quota proporzionale. Un’altra componente, altrettanto rilevante, confluisce in Forza Italia, che alle Europee dello stesso anno raggiunge il 30%. Altri ancora scelgono Alleanza Nazionale, seguendo figure come Publio Fiori o Gustavo Selva. Una scheggia si colloca a sinistra, tra i Cristiano Sociali e la Rete di Leoluca Orlando. La Balena Bianca, insomma, si frantuma in una costellazione di approdi diversi, sparsi lungo tutto l’arco costituzionale.

Il merito del lavoro di Vezzaro è proprio questo: mostrare come la fine della DC non sia stata solo la chiusura di un partito, ma la dissoluzione di una cultura politica, di un linguaggio, di un modo di intendere la mediazione e il governo. Martinazzoli, che pure aveva tentato di salvare l’eredità popolare, si ritrova a guidare un partito – il PPI – che nasce già sconfitto dal nuovo sistema bipolare. E la diaspora democristiana, lungi dall’essere un episodio circoscritto, continua a proiettare la sua ombra sulla politica italiana per decenni, tra tentativi di rifondazione, contese giudiziarie e nostalgie mai sopite.
Vezzaro si ferma al 1995, come promette il sottotitolo del libro, e nell’epilogo riassume le trasformazioni successive fino al 2005. “Oltre quel limite – osserva con ironia l’autore – inizia la materia da aule giudiziarie e carte bollate”. Ma ciò che accade in quei trenta mesi resta decisivo per capire l’Italia di oggi. La caduta è un libro necessario proprio per questo: perché restituisce alla storia la complessità di un passaggio che ha segnato la fine di un mondo e l’inizio di un altro.

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