Trump firma l’accordo di pace con l’Iran. E il G7 appoggia l’intesa

Gli Stati Uniti hanno firmato il memorandum d'intesa per porre fine alla guerra in Iran. Il primo memorandum. Perché il secondo – sempre firmato – è in programma domani (19 giugno) in Svizzera. La firma è arrivata nel corso di una cena tra il presidente americano Donald Trump e quello francese Emmanuel Macron, in una Versailles vestita d'occasione. Secondo quanto riferito da un funzionario americano, l'accordo era stato già firmato elettronicamente domenica da JD Vance e dal presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf, alla presenza di Trump.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha confermato che il memorandum d'intesa con gli Stati Uniti è stato firmato in via elettronica. Parlando all'emittente statale Press TV, Baghaei ha affermato che l'accordo è stato ora formalmente firmato da entrambe le parti in via elettronica. Intanto al G7, dopo anni di contrasti, scoppia la pace con Trump. Il vertice di Evian si chiude nel segno della cooperazione ritrovata e del rinnovato linguaggio comune, dall'Iran all'Ucraina. “E' stato un grande successo”, assicura il presidente americano che, nel corso di una interminabile conferenza stampa, ha difeso a spada tratta l'intesa con l'Iran, quando già avrebbe dovuto essere fra gli ori di Versailles.

“Questo accordo, che si chiama 'Accordo Trump', è fantastico”. Lasciandosi alle spalle i toni aspri delle ultime settimane, il tycoon, pur non rinunciando a una frecciatina, ha quindi blandito gli alleati europei: “Sono nostri amici, anche se hanno sbagliato diverse cose, sull'energia, sull'immigrazione”. A più riprese è tornato comunque a minacciare l'Iran: “Se non rispetteranno gli accordi ricominceremo a sganciare le bombe proprio sulle loro teste”. Un concetto già espresso in precedenza e ribadito poi davanti alla stampa internazionale: “Li abbiamo distrutti, sicuramente avrebbero usato l'arma nucleare. Volevano che distruggessi tutto, i loro ponti e le infrastrutture. Ma così, con questa nuova leadership meno radicalizzata, possiamo parlare di un cambio di regime”.