Spettacolando – “Paradisum”, un viaggio nel mito della rinascita con la compagnia Recirquel

La prima nazionale di Paradisum, ultima creazione della Recirquel Cirque Danse, è andata in scena al Teatro Comunale Città di Vicenza il 21 e 22 febbraio. Un appuntamento memorabile per gli appassionati di circo contemporaneo, danza e teatro fisico, una serata capace di emozionare e scuotere a ogni età e ad ogni latitudine.
Lo spettacolo, diretto e coreografato da Bence Vági, si pone come un’esperienza artistica che trascende i generi, un viaggio sensoriale e poetico attraverso il mito della rinascita e della possibilità umana di rigenerarsi dopo la distruzione.
Paradisum è un manifesto di visione artistica, che guarda alle profondità del corpo e dell’anima, intrecciando movimenti acrobatici. Il cuore di Paradisum risiede nell’idea di un mondo che, dopo essere stato silenziato e distrutto, si rigenera attraverso il linguaggio del movimento. I performer emergono da forze naturali in perenne mutamento, incarnando esseri che non possiedono memoria, dolore o credenze, ma che si affidano completamente all’istinto e alla fiducia reciproca.
In un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà, la performance intreccia quadri di purificazione, risveglio e rituale: momenti che non si limitano a raccontare una storia lineare, ma invitano lo spettatore a trovare la propria interpretazione, a lasciarsi trasformare dalla visione.
Non siamo di fronte ad una performance fine a sé stessa, perché ogni gesto carica di tensione l’intera sala, accompagnandoci nel viaggio con un sottofondo tribale quanto inquietante. La scala è l’elemento ricorrente, la possibile chiave di lettura. Scala che più di ogni altro oggetto rappresenta salite e discese nella metafora della vita. Usiamo la scala per raggiungere ciò che le nostre gambe e le nostre braccia da sole non potrebbero fare. Scala che scegliamo in base alle altezze e fissiamo a terra con cura, per la paura di cadere. Scala che vorremmo che qualcuno sorreggesse per compensare i nostri movimenti; lo stesso qualcuno a cui vorremmo tendere una mano nel momento della discesa.
Facciamo le scale per salire in casa, per andare in ufficio, cerchiamo le scale mobili nei centri commerciali e negli aeroporti, per fare meno fatica. Salire e scendere è un’attività che facciamo ogni giorno senza quasi pensarci, ma che spesso ci troviamo a temere.
Quella che vediamo sul palco sembra la scala che abbiamo usato almeno una volta per imbiancare un muro o raccogliere le ciliegie. Scala, per andare a cercare i semplici doni nella natura che da terra non possiamo raggiungere, e quelli lassù ci sembrano più buoni perché difficili da prendere. Scala per poter stare su un albero, per scappare dalla vita in attesa di ritrovare un posto nel mondo, come un barone rampante qualunque. Scala sulla quale stare, e basta, e dalla quale magari non scendere mai più: è questo che pensiamo quando su quella scala altissima i talentuosi interpreti si alternano con giochi che vediamo fare in strada. Ma da lassù, tutto è diverso. E’ più affascinante, è più difficile. Da lassù si può cadere.
E mentre elementi scenici come grandi tessuti si muovono e si trasformano sul palco diventando mare, cielo o una rete che c’ingabbia, la musica ci batte dentro il cuore fino a inghiottire tutti noi in una bolla immaginaria che possiamo chiamare terra, vita. Un paradiso che stiamo rendendo un inferno, risucchiati da un disegno che ci rifiutiamo di accettare ma che stentiamo rendere giusto, trasformando la vita in un circo, senza essere artisti: senza riconoscere i pericoli. Senza rispettare regole che non sappiamo più scrivere e che presto non ci saranno più.
Paolo Tedeschi
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