Un vicentino sulle orme di Marco Polo – #4 La vecchia nuova Kashgar

Mausoleo di Aba Khoja, Kashgar

Kashgar, fondata millenni fa. Kashgar, snodo importante lungo la Via della Seta. Kashgar, capitale della provincia dello Xinjiang, così lontana dalla capitale Pechino che gli abitanti usano un fuso orario diverso di due ore da quello ufficiale.

E la Cina, signore e signori, finalmente: dopo esserci stato mandato per anni da amici e parenti, finalmente ci metto piede!

Per entrarci dal Kirghizistan saliamo fino ai 3725 metri del passo Torugart, salutiamo guida ed autisti kirghizi che ci hanno accompagnato per giorni nel loro splendido paese e incontriamo quelli cinesi, che ci aspettano al di là della barriera di filo spinato e cancello sobriamente decorato (mi aspettavo lanterne rosse e dragoni, lo ammetto). Poi, ci un primo assaggio di burocrazia, con gli svariati controlli mentre ridisegnendiamo a valle verso l’oasi nel deserto che questa piccola (“solo” 500 mila abitanti) città rappresenta.
Una sosta breve, di sole 3 notti, in uno dei più grandi Paesi del mondo, ci permette di assaporare un misto di vita cinese e uigura, la minoranza turcofona di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina. E tutte le sue contraddizioni, a cominciare dall’hotel, che si chiama “International” ma nel quale il personale alla reception non parla inglese e ti chiedono di formulare le tue richieste attraverso il traduttore del telefono cellulare, o dove la gente si accende tranquillamente una sigaretta davanti ai numerosi cartelli che indicano di non fumare (qualcuno gli dice qualcosa? Macché, i cartelli son lì più per far colore che per essere rispettati, ci spiega la nostra guida Rapkat).

Nella vicina piazza, una grande statua di Mao, il grande traghettatore (nonché protettore di tutti i gattini che circolano su internet), indica la direzione con la mano, mentre guarda verso il Parco del Popolo, una delle zone verdi della città; peccato però che il parco sia pesantemente recintato, con un solo ingresso dotato di metal detector e guardie di controllo, facendoti un po’ passare la voglia di visitarlo – cosa che ovviamente faccio lo stesso, scoprendovi una moltitudine di persone che danzano al ritmo di musica tradizionale, che giocano a scacchi o a carte, che – come alle giostre da noi – lanciano gli anelli intorno alle statuine di draghi e di Donald Trump sperando di aggiudicarsi un premio, o che semplicemente si mangiano un gelato godendosi il tardo pomeriggio.

La polizia è ovunque: la vedo dalla mia stanza al decimo piano, mentre al suono di sirene spiegate marcia attraverso il vicino incrocio stradale, forse in addestramento ma più probabilmente per mostrare la propria presenza; la incontro ad ogni varco per cui passiamo durante le nostre visite, a volte annoiata, a volte sorridente e disponibile a darci un’indicazione, a volte semplicemente impassibile. “Quando tutto questo è cominciato?”, chiedo a Rapkat, e lui mi risponde “sette anni fa”, senza però dare ulteriori spiegazioni; curioso che nel 2009 sia avvenuta una forte repressione della minoranza uigura dopo una serie di scontri etnici… sarà una coincidenza? Mi sa che non lo saprò mai, e mi limito a guardare le barriere mobili di metallo pesante, i cavalli di frisia ed i poliziotti in tenuta antisommossa.

Il bellissimo complesso costruito attorno al mausoleo di Afaq Khoja, decorato da migliaia di piastrelle che riportano i tipici disegni geometrici dell’Islam e conserva i resti di 5 generazioni di familiari del leader politico e religioso del XVII secolo, ci lascia incantati. Ci dice molto meno la moschea di Id Kah, la più grande dell’intera Cina con la sua capacità di 20000 posti, sebbene sia più vecchia del mausoleo: sarà il fatto che siamo un po’ stanchi, saranno gli onnipresenti controlli di cui cominciamo ad essere stufi, sarà la sua somiglianza a decine di altre moschee che abbiamo tutti già visto nei nostri viaggi, ma semplicemente non ci prende. Preferiamo girovagare per la “città vecchia”, consci del fatto che in realtà si tratta di una versione moderna: nel 2009 l’amministrazione locale decise di demolirla quasi interamente con ruspe e bulldozer, per poi ricostruirla simile (se non uguale) a quella precedente con materiali più moderni dei mattoni di fango usati nell’originale; la gente che vi viveva fu costretta ad andarsene e, volendo reinsediarsi, ad acquistare una nuova casa.

Il risultato è curioso e controverso, perché da un lato permette in completa sicurezza di camminare per le strade facendo quello che sembra un viaggio indietro nel tempo, con artigiani che ancora batto il ferro sull’incudine o preparano a mano i grossi ravioli ripieni di carne e verdure, ma dall’altro ha portato alla perdita di quello che era stata definito dall’architetto George Michell “l’esempio meglio conservato di città tradizionale islamica in tutta l’Asia Centrale”, tanto da essere scelta come controfigura della vecchia Kabul per le riprese del film Il Cacciatore di Aquiloni.

Noi ci proviamo a visitare anche i resti originali della città vecchia, ma appena ci addentriamo per i suoi vicoli alcune donne con al collo un qualche tipo di targhetta identificativa plastificata ci fanno capire a gesti che no, di lì non si passa, ordini superiori… torniamo indietro, ed andiamo a sorseggiare il the al secondo piano di uno dei più famosi locali per questo tipo di attività, la “Casa del the dei cento anni” (non è chiaro se siano il the o la casa, ad essere così vecchi; trovandosi nella “nuova città vecchia”, propenderemmo per la prima ipotesi), dove – in una atmosfera rilassata – assaporiamo la bevanda e la conversazione con i nostri vicini, seduti su tappeti e panche e circondati da decine di uomini dalla barba più o meno lunga che fanno esattamente lo stesso.
La domenica visitiamo il grande mercato degli animali, dove pecore e mucche e capre vengono portati per essere venduti e comprati.

Enorme, pieno di colore e di vita, è una gioia per i nostri sensi e per gli obiettivi delle nostre macchine fotografiche, con le quali cerchiamo di fermare tutti gli attimi di un evento sociale che non ha nulla da invidiare ai balli dei diplomatici, con le sue regole ed i suoi costumi. Ognuno è vestito in maniera tradizionale, e non c’è transazione commerciale che avvenga senza la presenza di un intermediatore (che cerca di trovare il prezzo giusto per il venditore e per il compratore, in cambio di una piccola percentuale), di decine di astanti che dicono la loro, di più strette di mano, di voci che si alzano irritate o abbassano suadenti, di sguardi glaciali e interessati allo stesso tempo. Donne anziane tosano le pecore prima di venderle, uomini dalle grandi mani separano la pasta per preparare deliziosi piatti di spaghetti (io non mi faccio scappare l’occasione di mangiarne una porzione, dopo tutto è quello che ci si aspetterebbe da ogni italiano che si rispetti, no?!), bambini si guardano intorno cercando di capire le regole del gioco. Vediamo vari yak, più grossi di quelli incontrati sulle montagne ed altrettanto timidi (anche se uno mi molla un colpo di striscio con lo zoccolo posteriore, lasciandomi un simpatico graffio sulla gamba), e persino un cammello, unico testimone dei grandi percorsi carovanieri che un tempo passavano anche di qui.

Il tempo passa, ed è già ora di ripartire per tornare in Kirghizistan. Lungo i circa 150 km fino alla nuova frontiera passiamo ancora per innumerevoli e tediosi controlli, mentre i nostri documenti e bagagli sono scrutinati più e più volte, finché finalmente arriviamo in cima al passo Irkeshtam e ci lasciamo alle spalle questo pezzo del grande gigante asiatico.

 

Daniele Binaghi (pecorelettriche.it)

 

Le altre puntate:

#1 Da Venezia al Kirghizistan

#02 Lo yurt, questo sconosciuto

#3 Dove riposavano le carovane

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