Un vicentino sulle orme di Marco Polo – #7 Non è poi così lontana Samarcanda

Momento di preghiera all'interno della moschea (foto Daniele Binaghi)

“Vecchioni, Vecchioni… già il nome che hai avuto in sorte, Vecchioni, ma non ti dice niente?”.

Che tu sei lì, seduto comodo comodo nel tuo soggiorno, e canti che Samarcanda non è poi così lontana, che basta poco per arrivarci. Ma ci sei mai andato a Samarcanda, Vecchioni, sulla strada che dal confine uzbeko di Denau-Tursanzade attraversa un deserto che neppure Will E. Coyote, ore e ore di nulla, qualche cespuglio ma poco di più? Sabbia e rocce, rocce e sabbia, ed una macchina ogni tanto… sicuro che non sia poi così lontana?

“Corri cavallo, corri ti prego, corri come il vento”… Sì, corri, corri cavallo, ma il pulmino invece non può andare veloce, ché sui molti tratti sterrati salterebbe ad ogni buca: l’asfalto se lo sono dimenticato da qualche altra parte, sicuramente da queste parti non abitava nessun politico importante degno della sistemazione di questa lunga strada.

Il mio stomaco fa le bizze, Vecchioni: è da ieri che soffro di crampi potenti, ho pure saltato la cena per vedere se un po’ di riposo mi faceva bene, invece non è cambiato molto, e sono ancora qui che stringo i denti e sorrido; ed ogni tanto mi devo piegare in avanti per cercare di attutire il dolore, ma faccio di tutto per non farmi notare, ché son qui a lavorare e non a godermi il panorama.

Samarcanda è alla fine di questa strada che sembra non finire mai, monotona come una sinfonia suonata con una sola nota; e se non avessero chiuso il passo di Penjikent noi non ci troveremmo a percorrerla, ma questi paesi ex-sovietici si guardano tutti in modo strano, non si fidano gli uni degli altri, e basta poco perché ad uno salti la mosca al naso e decida che no, per un certo confine non si passa più, fino a nuovo ordine.

Già, il nuovo ordine, quello in cui tutti speravano quando la perestroika li ha liberati dal giogo rosso e li ha lasciati indipendenti e padroni del proprio destino; ma non ci erano più abituati, e son caduti tutti nelle mani di uomini forti, che hanno modellato i paesi secondo i propri interessi.

Ma anche le cose infinite hanno una fine, prima o poi, e così arriviamo a Samarcanda, e la sua bellezza ci accoglie colorata come le migliaia di piastrelle bluastre che decorano i mausolei, le moschee, le scuole islamiche. A passeggiare per il centro sembra di essere a Gardaland, con la sua pulizia ed il continuo passare solo macchinette elettriche che spostano decine di turisti da un punto all’altro. Si vede proprio che questa città, dal nome tanto evocativo che fa pensare ad Atlantide o al Giardino delle Esperidi, punta tutto sul turismo; ed i turisti, compiacenti, la ripagano.

E come potrebbero non farlo? I monumenti lasciati da Tamerlano, che nel 1370 ne fece la sua capitale dopo che Gengis Khan aveva raso al suolo tutto quello che restava dello storico crocevia delle Strade della Seta, la rendono mitica; ed è buffo pensare che lo stesso condottiero vi è sepolto solo perché quando morì il passo per raggiungere Shahrisabz, il luogo dove si era costruito una semplice cripta, era bloccato dalla neve, ed il suo popolo non potendo aspettare decise di interrarlo nel mausoleo che aveva fatto costruire per il suo nipote ed erede, andatosene prima di lui.

Il gioiello dell’impero di Tamerlano era probabilmente la moschea di Bibi-Khanym, fatta costruire (secondo la leggenda; e qui le leggende si sprecano, credetemi!) dalla moglie cinese come sorpresa per l’amato marito durante uno dei suoi lunghi viaggi: al tempo una delle più grandi moschee del mondo, con la sua cupola che sfiora i 41 metri d’altezza, ha oggi bisogno urgente di restauro, dopo essere in parte crollata durante un terremoto nel 1897 e aver subito una ricostruzione non proprio ottimale negli anni ’70.

Oggi, invece, tale ruolo è stato preso dal Registan, che in lingua Tagika significa “luogo sabbioso”, e che è costituito da un insieme di maestose, scintillanti madrasse, ricoperte di maioliche e mosaici e scritte in lingua araba e decorazioni che, realizzate da artisti persiani, sfuggono al divieto islamico di non raffigurare animali viventi. La piazza intorno a cui gli edifici si ergono concentra e riflette l’attenzione sulle loro facciate, lasciando a bocca aperta ogni visitatore. I cortili interni, per quanto altrettanto interessanti, non raggiungono però lo stesso effetto, forse anche a causa delle decine di venditori che si annidano dietro ogni porticina, trasformando di fatto ognuno di questi luoghi in un piccolo bazar (e il fatto che non siano molto insistenti, preferendo aspettare che il turista venga a loro, non cambia di molto la sensazione un po’ dolceamara che si prova vedendoli ovunque).

Tutto, nell’insieme, è spettacolare, caro Vecchioni. Luoghi come l’osservatorio di Ulugbek, dove una spedizione archeologica ha portato alla luce nel 1908 quel che rimane dell’enorme astrolabio costruito nel XV secolo per osservare la posizione delle stelle, o come il cimitero di Shah-i-Zinda, o “Tomba del Re vivente”, inizialmente dedicato ad un cugino del profeta Maometto che, a quanto pare, portò l’Islam in quest’area nel settimo secolo, ed ora pieno zeppo di mausolei che condividono lo spazio sulla collina con le ben più recenti tombe di normali abitanti del posto.

E però pare che l’insieme sia slegato, che manchi qualcosa. Sarà che forse uno si aspetta sabbia e cammelli, cavalli e musica di tamburelli, tintinnare di campanelli e danze dei sette veli, ma tanta bellezza sembra congelata nel tempo, mentre il tempo stesso intorno è andato avanti: Gengis non c’è più, e neppure Tamerlano, e la sabbia è stata spazzata via ed i cammelli rimangono solo nei dipinti che vendono ad ogni angolo di strada.

E allora valeva la pena, Vecchioni, di cavalcare così tanto?

 

Daniele Binaghi (pecorelettriche.it)

 

Le altre puntate:

#1 Da Venezia al Kirghizistan

#2 Lo yurt, questo sconosciuto

#3 Dove riposavano le carovane

#4 La vecchia nuova Kashgar

#5 L’ultimo, povero Khan

#6 Divertirsi sulle Fan Mountain

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