Gli 80 anni della Repubblica, un compito per ciascuno di noi

Oggi la Repubblica compie ottant’anni. Non è una ricorrenza da assolvere con il rispetto dovuto alle date solenni, né una pagina di storia da rileggere con la distanza rassicurante delle cose concluse. È, al contrario, una domanda ancora aperta. Il 2 giugno 1946 gli italiani furono chiamati a scegliere la forma dello Stato e a eleggere l’Assemblea Costituente: i votanti furono 24.946.878, pari all’89,08 per cento degli aventi diritto, e la Repubblica prevalse con 12.718.641 voti contro i 10.718.502 andati alla Monarchia. Fu inoltre la prima consultazione politica nazionale a suffragio universale, con la partecipazione delle donne.
A rendere quel passaggio unico fu il suo carattere insieme pacifico e radicale. Piero Calamandrei colse quel tratto con una frase che ancora oggi conserva forza e precisione: “Mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il Re”. Non nacque dunque semplicemente un nuovo ordinamento; nacque un’assunzione di responsabilità collettiva dentro un Paese uscito dalla guerra, dalla dittatura e da una lacerazione morale prima ancora che politica. Per questo la Repubblica italiana non è mai stata solo un assetto istituzionale: è stata, fin dall’inizio, un compito. La Costituzione ne custodisce il profilo più alto. L’Italia è “una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”: la Repubblica riconosce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede doveri inderogabili di solidarietà, afferma la pari dignità sociale e affida alle istituzioni il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona e la partecipazione di tutti. Riconosce il diritto al lavoro, tutela le minoranze linguistiche, garantisce la libertà religiosa e la libertà di manifestazione del pensiero, e ricorda infine che i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.
È da qui che bisogna ripartire, perché ottant’anni dopo la tentazione più comoda sarebbe quella di confondere la Repubblica con la sua celebrazione. Invece il punto è un altro: misurare quanto di quella promessa sia diventato realtà e quanto resti ancora, per usare le parole dello stesso Calamandrei, in parte una realtà e in parte ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Il primo banco di prova resta il lavoro. La Costituzione ha scelto di porlo all’origine stessa della vita repubblicana, e non in modo retorico, ma come criterio di dignità civile e di partecipazione. È la ragione per cui il lavoro nero non rappresenta soltanto una patologia economica o un illecito da reprimere: è una ferita costituzionale. Lo dimostrano i numeri più recenti. Secondo l’Istat, nel 2023 l’economia non osservata ha raggiunto 217,5 miliardi di euro, pari al 10,2 per cento del Pil, e le unità di lavoro irregolari sono state 3 milioni e 132mila, in aumento rispetto all’anno precedente.
Ma a volte i numeri non bastano e la realtà si impone con l’evidenza di un fatto. È accaduto pochi giorni fa, proprio nel Vicentino. Un lavoratore di 56 anni, cittadino indiano regolarmente presente in Italia, è stato trovato ferito e sanguinante in strada, vicino all’ospedale di Bassano del Grappa, dopo un infortunio avvenuto mentre lavorava senza contratto in un’azienda agricola di Schiavon. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, sarebbe stato caricato in auto dai datori di lavoro e poi abbandonato in strada invece di essere immediatamente soccorso. In quella scena – un uomo lasciato a pochi metri da un luogo di cura – c’è più di un reato. C’è la fotografia estrema di che cosa accade quando il lavoro perde volto, nome, protezione, e il lavoratore viene ridotto a materia d’uso. Finché serve, esiste; quando si rompe, si occulta.
Questo non chiama in causa soltanto la coscienza individuale di chi sfrutta. Chiama in causa la politica, e qui sarebbe ipocrita essere indulgenti. Le responsabilità della politica sono molte. C’è un’incapacità ormai cronica di anticipare i problemi e di governarli con visione; c’è la tendenza a difendere più facilmente il proprio equilibrio che l’interesse generale. C’è, soprattutto, la colpa più grave, che consiste nel cavalcare il malessere invece di curarlo, nell’organizzare la paura in linguaggio pubblico, nel trasformare le inquietudini sociali in materia elettorale. Quando il disagio viene manipolato e non governato, esso smette di essere un sintomo e diventa una forma di corrosione civile.
Qui tornano utili le parole di Luigi Einaudi, che appartengono non solo alla cultura politica italiana ma a una pedagogia della democrazia: “Come si può deliberare senza conoscere?”. È una domanda che pesa oggi almeno quanto ieri. Una politica che rinuncia alla conoscenza per inseguire l’immediatezza del consenso non semplifica: impoverisce. E una politica che sostituisce la competenza con l’istinto finisce quasi sempre per consegnare il Paese all’improvvisazione, quando non direttamente alla sfiducia.
Ma la responsabilità non finisce nei palazzi. La Repubblica democratica vive di un altro principio che troppo spesso viene evocato e troppo poco praticato: la sovranità appartiene al popolo. Il voto non è un rito residuale, né una valvola di sfogo. E’ lo strumento più forte che il cittadino possiede. Eppure proprio questo strumento viene spesso svilito, consumato nell’apatia o nel risentimento, usato per delegare tutto o per punire alla cieca. Una democrazia si indebolisce quando la politica si abbassa: ma si svuota del tutto quando i cittadini rinunciano a considerarsi corresponsabili del suo destino.
Lo stesso rigore va applicato al tema dell’integrazione. Nessuna convivenza regge senza regole, e sarebbe infantile pensare il contrario. Il rispetto delle leggi, dei doveri e dei limiti comuni è la condizione minima della vita pubblica. Ma proprio per questo non può essere ridotto a slogan difensivo, né diventare il pretesto per uno Stato che arretra sul terreno dell’umanità. La Costituzione tutela diritti inviolabili, riconosce libertà religiose e linguistiche e regola la condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme e ai trattati internazionali. Questo significa che la fermezza della legge e il rispetto della persona non sono due principi in concorrenza: sono due pilastri che stanno in piedi insieme. Quando se ne sacrifica uno, anche l’altro si deforma. La paura della diversità non è in fondo la manifesta dimostrazione che il problema sta nell’incapacità di gestire le situazioni e d eventi preferendo quindi sfuggirli anziché dirimerli?
Il discorso vale anche per la pluralità di idee e per l’uguaglianza dei diritti. Una Repubblica matura non teme il dissenso. Teme piuttosto la degenerazione del dissenso in delegittimazione reciproca, in disprezzo dell’avversario, in tribalismo. E non considera l’uguaglianza una formula decorativa, ma il centro del proprio mandato: rimuovere gli ostacoli che fanno della nascita, della condizione sociale, del genere, della provenienza o del lavoro svolto un destino invece che una circostanza da superare. È qui che la Repubblica si misura: non nella perfezione delle sue parole, ma nella concretezza della sua giustizia. Dentro questa riflessione c’è poi una dimensione nazionale che non andrebbe ceduta né ai sovranismi di maniera né alle timidezze di chi teme la parola patria.
Il tricolore non nasce per essere servo delle convenienze, né di poteri terzi collocati fuori o dentro l’Italia che sia. Un’Italia appunta sovrana, ma non sovranista che consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, di governare collegialmente processi che assicurino pace e giustizia fra le Nazioni. È una lezione di straordinaria modernità che l’Europa dimentica spesso: indipendenza non significa chiusura, europeismo non significa servitù. L’Italia può essere pienamente sé stessa proprio se sa stare in un cammino comune che la protegga nelle sfide globali, come membro di una famiglia politica che sia scudo e non prigione.
E allora il punto finale, a ottant’anni dal 2 giugno, non è celebrare la Repubblica come un bene già dato. È riconoscere che essa esiste solo nella misura in cui la si abita. La sua stessa matrice lessicale lo ricorda: res publica, la cosa pubblica, la cosa di tutti. Già Cicerone, nel De re publica, definiva la res publica “cosa del popolo”, e il popolo non come una folla occasionale, ma come una comunità tenuta insieme dalla condivisione del diritto e da un interesse comune. È difficile trovare una definizione più attuale. Perché senza cittadini consapevoli non c’è Repubblica. Senza partecipazione non c’è cosa pubblica, ma soltanto amministrazione. Senza responsabilità diffusa non resta che un apparato. La Repubblica, in altre parole, non è qualcosa che sta sopra di noi o accanto a noi. Siamo noi, quando scegliamo di non trattarla come una formula, ma come la casa comune da custodire, correggere, difendere e rendere più giusta. Nel piccolo di ogni giorno.