Almasri condannato a 7 anni e 4 mesi dal tribunale di Tripoli: Violati i diritti dei detenuti

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“Ha violato i diritti dei detenuti”. Con questa motivazione il tribunale di Tripoli ha condannato a una pena di 7 anni e 4 mesi di reclusione Osama Najeem Almasri, ex comandante del carcere di Mitiga dove, secondo i giudici dell’Aja, si sarebbe macchiato di crimini di guerra e contro l’umanità. L’Italia, come si ricorderà, lo aveva scarcerato rimpatriandolo in Libia e sottraendolo così alla richiesta d’arresto emessa dalla Corte penale internazionale.

La condanna di Almasri è arrivata al termine di un lungo procedimento cominciato in seguito alle indagini avviate dalla Procura generale libica, partite dalle segnalazioni ricevute circa violenze e maltrattamenti nei confronti di detenuti. Nei mesi scorsi, in particolare, l’ufficio del procuratore generale aveva annunciato la custodia cautelare di Almasri nell’ambito di un’inchiesta su torture ai danni di dieci reclusi e sulla morte di un detenuto, indicata dagli inquirenti come conseguenza di maltrattamenti.

La sentenza prevede anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo. Ma è una decisione, quella dei giudici libici, con un rilievo che va oltre il quadro giudiziario delineato nel suo Paese. L’uomo è, come detto, destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per presunti crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale, che sarebbero stati commessi a partire dal 2015 sempre nel carcere di Mitiga.

Quello di Almasri è diventato un caso politico e diplomatico anche in Italia quando, nel gennaio 2025, è stato arrestato a Torino in esecuzione del mandato della Cpi, ma rilasciato due giorni dopo in seguito alla mancata convalida dell’arresto da parte della Corte d’appello di Roma. Subito dopo era stato rimpatriato in Libia su un volo di Stato italiano, decisione motivata dal governo con “ragioni di sicurezza” e contestata da opposizioni, organizzazioni per i diritti umani e dalla stessa Corte penale internazionale, che aveva sollecitato chiarimenti sulla mancata consegna del sospettato all’Aja.