“Decide la squadra”: il dopo Marsetti è un rebus. “Critiche? Conta più l’affetto della gente”

A Malo il tempo stringe, le liste vanno depositate entro fine aprile, ma il sindaco Moreno Marsetti continua a muoversi in una zona sospesa. Non ha ancora sciolto la riserva sulla ricandidatura e, paradossalmente, proprio questo silenzio lo ha trasformato nell’uomo del momento.
Sindaco dal 2020, sedici anni di amministrazione alle spalle, Marsetti è oggi il punto di equilibrio – o di tensione – di una comunità che si prepara a una nuova stagione politica. Lui osserva, ascolta, misura le parole. E quando parla, lo fa con una cautela che non è tattica, ma quasi un senso del dovere verso la propria squadra. “A parte che siamo tutt’ora impegnati nel portare avanti tanti impegni che ci siamo presi con la comunità e che sentiamo doveroso ultimare, davvero è mancato il tempo di un confronto un po’ di sintesi”, spiega. Non è un modo per prendere tempo, assicura. È piuttosto la volontà di capire se esista qualcuno, dentro il gruppo, pronto a raccogliere il testimone: “Il messaggio che sicuramente ho passato e nel quale credo convintamente, è che c’è un tempo per tutto e avrei voluto capire se nel mio gruppo vi sia una figura – tra le tante che ritengo valide – che possa emergere e come in una staffetta ricevere il testimone di un cammino virtuoso che abbiamo iniziato. Se non sarà così e collegialmente mi verrà chiesto di proseguire, in subordine a quella che considero la prima scelta, rivaluterò la mia posizione”.
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Parole che sgombrano il campo da interpretazioni maliziose, soprattutto dopo le voci circolate nelle ultime settimane. Marsetti non si sottrae e chiarisce: “Ho fatto per anni arti marziali, disciplina che forgia il carattere ancor prima che il fisico e garantisco che la competizione non mi spaventa, chiunque sia l’avversario. Il tema è molto più semplice e chi mi conosce bene lo sa”. Il punto, dice, è un altro: il lavoro. Quello vero, quello quotidiano, quello che non si può mettere in pausa: “L’attività di sindaco mi ha assorbito a 360 gradi al punto di trascurare più di quanto avessi immaginato il mio lavoro, questo non senza conseguenze. Non mi lamento, rifarei tutto, ma questo è quanto: non ho mai pensato di vivere di politica e devo ragionevolmente pensare anche al futuro di quanto ho costruito con la famiglia prima di ricoprire l’incarico di primo cittadino. Il mio motto è servire le persone, non servirsi delle persone: il carrierismo non mi interessa, altre dietrologie sulle mie decisioni le lascio a chi vuole farle”.
Un percorso politico il suo che non nasce nei palazzi, ma nelle strade, nelle associazioni, nelle officine. Capocarro, referente venatorio, volontario della Pro Loco, poi assessore con la sindaca Lain. Una scalata lenta, fatta di presenza costante. E anche di autocritica: “Sono una persona estremamente autocritica, a dispetto di quello che può sembrare, e se dovessi fare un bilancio di questi cinque anni non posso dire che sono andati come avrei voluto compresa qualche intemperanza della quale mi scuso”, ammette. La lista degli ostacoli è lunga: pandemia, crisi energetica, emergenze meteo, tagli, mancati introiti: “Dal covid alla crisi energetica, passando per l’emergenza maltempo, senza dimenticare i mancati introiti legati all’affitto delle reti gas, in aggiunta ai tagli della spending review, oltre alle note vicende legate al Ponte del Fante e alle piscine, devo dire che non ci siamo fatti mancare nulla. Per comprensibili ragioni abbiamo dovuto adattare l’attività amministrativa alle circostanze comunque portando a casa tanti risultati, spesso evitando tagli di nastri e troppi clamori”.
Rivendica uno stile sobrio, quasi controcorrente: “Ho persino rifiutato il notiziario di fine mandato: poco rispettoso del momento e degli avversari, sono sempre stato fra la gente, comunicando e ascoltando, pubblicità e palchi non mi servono e non fanno parte del mio stile”. È qui che emerge l’uomo più che l’amministratore. Quello che non si sottrae alle critiche, ma le ribalta, trasformandole in un discorso sulla dignità del lavoro e sulla natura stessa della comunità: “Chi mi accusa di ‘passare weekend alle feste o alle cene delle associazioni’ e di ‘stringere mani anche ai più trogloditi e impresentabili’ colpisce non solo chi amministra, ma tante persone del nostro paese. Perché quelle feste, quelle cene, quelle sagre, il carnevale e tutte le iniziative delle associazioni non sono passerelle. Sono momenti di comunità”. Poi la difesa dei volontari, quasi un manifesto civico: “Dietro ci sono volontari che montano tavoli, cucinano, servono, organizzano e puliscono. Persone che dedicano tempo ed energie gratuitamente per il bene del paese. Per quanto mi riguarda, il volontariato non è qualcosa che ho scoperto facendo l’amministratore. Fa parte della mia vita da molto prima”.
E infine la risposta a quel “non vende pneumatici”, apparso via social come se fosse un limite: “La verità è che non vendo ‘solo’ pneumatici, se serve so fare anche il meccanico, l’elettrauto in autofficina, con le mani spesso sporche di lavoro, cercando ogni giorno di offrire un servizio alle persone. È un lavoro fatto di impegno, responsabilità e fatica, come tanti altri. E non mi sono mai vergognato di farlo, anzi. Credo che ogni lavoro abbia la stessa dignità”. Il discorso si allarga, diventa quasi un ritratto collettivo: “Sono proprio le persone che lavorano ogni giorno nelle officine, nei negozi, nelle aziende, nei campi a far vivere davvero la nostra comunità. Fare l’amministratore, o parlare in uno spazio che rappresenta una comunità, dovrebbe voler dire anche avere umiltà: ricordarsi che si è parte della comunità, non sopra la comunità”. E intanto, mentre le voci corrono e la politica locale si prepara alla campagna elettorale, attorno a Marsetti si è mossa un’ondata di sostegno quasi inattesa. Messaggi, telefonate, strette di mano. Lui sorride, l’occhio si fa lucido, ma non si sbilancia: “A breve decideremo”, ripete.
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